Ai ferri

Prese la lana, un bel rosso carne, vide quanta ne aveva, cinque o sei gomitoli, e pensò che forse un top ai ferri ci veniva. La padella era già calda, di ghisa, presa con i punti, appena uscita dall’ospedale per un taglio, ventuno gliene avevano messi, con altri cinque euro se l’era portata a casa. Certo ventun punti e cinque euro, un affare.
Calda dicevamo, quell’affare era sul gas, però acceso, che il gas si sa da solo non scalda. Pronta con i gomitoli? Bene, ma magari più del top rosso carne che a farlo ai ferri un po’ ci mette, era meglio altro? E allora no, sempre ai ferri ma avrebbe usato il cappellino grigio chiaro, magari un paio di minuti per lato e sarebbe stato pronto.

Ah l’arte culinaria, fece tra sé e sé, mentre già il copricapo fumava. La ricetta di suo zio prevedeva giusto un filo d’olio dopo, da buttare a crudo.


Se dopo aver letto questo articolo, vi consigliano articoli sulla maglieria e l’arte dell’uncinetto, è normale.

56 pensieri riguardo “Ai ferri

      1. E fai bene, buongustaia!
        In questi giorni invece mi sto devastando di lezioni e interventi di Eco, De Mauro, Cardini… beh in pratica le ascolto, ecco. Non è per fare il figo, ma m’è presa benissimo.

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      1. Comunque l’idea di base è tirare fuori idee che, se non le capisci, vuol dire che stai cercando di dar loro un senso, che invece non c’è. Se cerchi di non capirle e ti militi a raffigurare quel che viene detto, allora capisci che non c’è davvero niente da capire. 😉
        Un po’ come dire che il testo è solo forma, il contenuto è superfluo.
        O perlomeno, così volevo che fosse, e ancora non so se ci sono riuscito!

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      2. No allora seriamente io l’avevo preso come una sorta di gioco, in cui sembra sia una cosa che l’altra senza che sia necessariamente ben definito alla fine (anche se ci si aspetta la rivelazione finale) e quindi era divertente così, senza capire 🙂 Prima volevo giocare sul fatto che ero io fusa ahaha

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  1. Un racconto che ti prende per la gola, come una sciarpa fritta, forse troppo carnivora in un periodo così vegano, con buona pace di Goldrake…
    Fossi in te (e palesemente non lo siamo entrambi, sempre fuori sul balcone) ne parlerei con il tuo avocado, prima che finisca nel guacamole.
    Sono tempi duri, poco frollati, forse troppo cotti.
    C’è un gran gusto nel mangiare i tuoi racconti, anche con la lana di pecora o di castrato (ça va sans dire), quest’ultimo in salsa Regina di Farinelli…

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      1. Quale? Il racconto era il tuo! Io ho solo continuato a suonare la tua musica: tu sei partito con il pianoforte (cavoli, stavo per scrivere panforte… Ma quella jam session è finita) ed hai creato la melodia ed io ti ho seguito con il mio strumento (no, non suono il campanello, banale, vado di rampogna che è poi la zampogna usata per rimproverare gli altri musicisti)…

        [Abbattetelo!]

        Sbam! Ahia! Mi hanno spadellato, come uno zucchino affettato e che dolore… Mi vado a leccare le ferite, slurp!

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      2. Grazie, ma penso che fosse proprio quella la regola unica del tuo gioco letterario senza regole, giusto?
        E comunque non credere: per comprendere le parole di un uomo con uno scolapasta in testa ci vuole un altro uomo con uno scolapasta in testa…

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      3. Non è vero, menti sapendo di mentina!
        Potresti continuare con il tuo alito fresco a parlare per ore, perorando e perorando finché non ti addormenti e siccome non ti addormenti resti sveglio e continui a buttare pere a sostegno della tua tesi (tesi poco tesa, quasi moscia) come la tesa moscia di un cappello moscio, cioè una moscia, che poi le mosce danno davvero fastidio… Un fastidio morbido e poi basta, che faccio fatica anch’io a seguirmi, che dopo mi perdo e non vinco più.
        Buona notte, sul serio.

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