Culinaria

Dalla penna o tastiera di Kasabake, un divertimento linguistico-letterario

Riferito al racconto Ai ferri egli commenta.

Un racconto che ti prende per la gola, come una sciarpa fritta, forse troppo carnivora in un periodo così vegano, con buona pace di Goldrake…
Fossi in te (e palesemente non lo siamo entrambi, sempre fuori sul balcone) ne parlerei con il tuo avocado, prima che finisca nel guacamole.
Sono tempi duri, poco frollati, forse troppo cotti.
C’è un gran gusto nel mangiare i tuoi racconti, anche con la lana di pecora o di castrato (ça va sans dire), quest’ultimo in salsa Regina di Farinelli…

19 pensieri riguardo “Culinaria

    1. …sta per arrivare una sequenza di articoli deliranti, roba davvero da “ma dai, sarà il caldo?” … che ho programmato in automatico.
      Tremate, le vaccate son tornate 😀

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  1. Maddai! Alla fine lo hai fatto, gaglioffo di uno scrittore!! Hai preso la ruota di bicicletta del mio commento e l’hai metaforicamente messa su uno sgabello dandogli una dignità artistica che non aveva…
    Però mi piace, eh! Lo sai, sono vanesio come Attanasio e quindi essere sul tuo palcoscenico è sempre una bella sensazione, come il palco di Sanremo per un presentatore…
    Sul delirio, poi, sono a nozze, anzi meglio, che non sono grande amante dei matrimoni (troppo tempo tra una portata e l’altra e brutte bomboniere, fortuna per i confetti, sublime invenzione…).
    Comunque sono passate più di nove ore da quando hai postato questo immeritato omaggio al mio commento…
    Terribile…
    I miei tempi di reazione vanno in giro con il deambulatore, hanno il catetere e non riescono a sentire i numeri della tombola quando vengono estratti e devono tutte le volte farseli ripetere dalla vicina di tavolo, che poi è sorda e grida ambo quando sono già alla terzina.
    Gesù, non posso farcela…
    “Non contate su di me!”
    È lo slogan che dovrei scrivere sulla mia maglietta, sul serio: spero di esserci quando scriverai i post di cui hai accennato, sempre se riuscirò ad accorgermene!
    Grazie di tutto, Greg!

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    1. Ed ecco la risposta, che forse potevo risparmiarti ,ma ormai… Ti direi che come tempi siamo in sintonia, visto che adesso come adesso io impiego tra i 5 e i 6 secoli per reagire, bello il riferimento dal Nuovo testamento, per palati fini…
      Io avrei anche la maglietta non ci sono per nessuno, ma poi non sono andato a farmela stampare, quindi che dire, dovrei farmi fare la maglietta sono pigro, ma non potrei farla io, dovrebbe farlo qualcuno al posto mio, insomma, delirio…
      Come di delirio si tratta per questo mese di agosto, da oggi orfani delle Olimpiadi e prigionieri di una programmazione estiva tutta da coprire, mese di agosto fatto di interventi e piccoli racconti inutili… Da oggi fino a fine agosto, come nelle pubblicità, altro sloga insomma.
      Ma è anche la settimana dello svacco più totale, quindi i racconti sono tutti lì schedulati, per mandarli in onda senza muovere un dito… Certo potrebbe essere interessante tentare un esperimento a quattro mani, magari quando è più fresco.

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      1. Se fossi uno scienziato ricercatore della strana sindrome che mi ostacola dall’essere coerentemente produttivo, spingendomi invece verso la deriva del continuo delirio, concentrerei la mia indagine, di questa continua distrazione centripeta, verso il contorno della questione (“fenomenologia del contorno” chiamerei il relativo saggio, con la consapevolezza che possa essere scambiato per un libro di cucina sulle pietanze di accompagnamento), perché mi accorgo che molte delle mie elucubrazioni sono in realtà basate su di un incontrollato “ditolunismo” indicando con tale termine il sistematico (non sistemico) guardare ogni volta ed in ogni questione il dito di chi indica la luna e non la luna stessa…
        È come parlare dello stato dei gabinetti pubblici della cittadina belga di Waterloo invece che della composizione delle forze in campo tra l’esercito dei francesi e quello opposto dei coalizzati…
        Un dolce divagare senza meta e spesso senza costrutto…
        E di nuovo la pesantezza di alcune pietanze di contorno condite senza grasso di maiale, perché è così fatta la nostra lingua, che spinge a giocare con i fonemi ed i significati ed allora ti accorgi che si può parlare anche solo per t-shirt, immaginando una serie di magliette con scritte iconiche, come quella che riporti la frase “sono distrutto, se mi toccate vi ungo”…
        Due muti che non conoscono il linguaggio dei segni (già quindi una premessa irreale ed essa stessa foriera di un intero filone, non di pane, ma di giochi di parole) che possono comunicare tra loro con un lentissimo scambiarsi dei biglietti scritti a mano, ma che a questo punto scelgono la via dell’esibizione (immagina anche in questo caso uno stradario cittadino, con vie e viali “del guerriero”, “dell’emancipazione”, etccì, salute!) ed usano magliette con scritte iconiche che magicamente compaiono a turno e senza sforzo…
        Da parte di entrambi noi due c’è evidente l’amore pure un uso del linguaggio che sia esso stesso (lo strapotere delle esse) creatore di storie, un generatore quasi automatico (o meglio, con il pilota automatico) di storytelling basato su pattern pre-installati nei nostri comuni immaginari culturali (fatti di nozioni storiche e scientifiche, inzuppati dai dettami religiosi da oratorio e frasi ripetute, aforismi da baule in soffitta, scoperte personali dei tempi dell’adolescenza ed infine l’orgoglio delle agnizioni fatte cocciutamente nell’età più recente dove in genere è invece vincente la tentazione di non apprendere più ed adagiarsi su quanto già acquisito in passato)…
        Boom!

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      2. Come sempre la tua è una risposta niente affatto banale e anzi molto seria, pur se è inzuppata nel caffelatte della folle follia del cervello in folle. La lingua si presta (e qui i doppi sensi si sprecano) a giochi di magia tra semantica e sintassi, due funzioni in conflitto, però ci si appella all’altro, che deve comunque avere una parte del bagaglio culturale e la voglia di mettersi in gioco. Diciamo che nel nostro caso è una specie di ribellione nei confronti della sintassi più pura e dura, quella insegnata negli anni ’70 e ’80 a suon di segni rossi (un segno, quindi, che suona, non è esso stesso un divino accostamento impossibile?) e chi ha dato più valore alle regole che non al messaggio… e poi viene anche il recinto, recinto il cui il pensiero cammina, come tante pecorelle che vanno alla tosa (non la curva di Imola). Noi scappiamo da questo recinto, che è anche, se vuoi, il recinto dei continui impegni, mentali, impegni da pianificare, cose da impostare, progetti da terminare.
        Forse i troppi anni di transumanza tra segni sintatticamente precisi e significati ugualmente chiari, ci ha dato una spinta verso quella che tu chiami mancanza di produttività?
        Forse ci vorrebbe davvero un nuovo mezzo, forse davvero le magliette potrebbero (e dovrebbero) dare un contributo al senso delle nostre idee.
        Chissà…

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      3. Sono da ore immerso in attività lavorative molto prosaiche, fatte di fogli Excel, conversione di prezzi e ipotesi di vendita (sto curando gli aggiornamenti di acquisto e backorder di una piccola realtà che acquista gadget di importazione giapponesi, in maggioranza da un grossista tedesco che fa da intermediario ed in minima parte da acquisti diretti in Giappone, mettendo solo parzialmente a frutto la mia conoscenza senza falsa modestia molto forte del mondo dell’animazione nipponica, ma per lo più facendo un basso lavoro impiegatizio senza lode e senza creatività…
        Perciò leggere la tua risposta (re-re-replica al mio co-co-commento, con sonorità appositamente onomatopeiche, tra cicale e galline) è una boccata di ossigeno di qualità…
        Sottoscrivo in pieno (e qui sono serio) la tua disamina ed il tuo sottolineare la quasi vitale necessità di uscire dalla fila della transumanza foss’altro per dare libertà ad un cervello che altrimenti rischierebbe un entropia emotiva e culturale.
        Ti stimo e ti abbraccio, in quest’ordine.

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