Bisarca 2019 – Chutzpah


Chutzpah

Ogni giorno alzarsi alla stessa ora e sedersi al tavolo con due tazze di latte. Fuori, l’alba. Bere il primo caffè. Aspettare un bacio.

Un altro giorno, ci svegliamo col mal di testa, mi guardi e capisci. «Anche tu?», fai. Passerà. Ci sediamo, prendi il latte, ma un capogiro te lo fa versare a terra. Piccole onde si sviluppano nella pozza bianca. «Pulirò, che vuoi che sia.». Niente caffè, dannato mal di testa. Mi avvicino al tuo viso e mi fermi: «Il sole è alto, siamo in ritardo?».

Altro giorno. Ci dovremmo alzare, ma siamo stanchi: ancora il mal di testa. Ho un nodo allo stomaco. Ci alziamo di malavoglia. L’avresti detto? Mi sento leggero. Ti vedo prendere i biscotti dal mobile, ti giri per posarli sul tavolo. La tua gonna fa un’ampia ruota. Giri sui piedi nudi come su uno spessore d’aria. Quasi ti piace. Che tentazione abbracciarti, farti roteare solo per vedere i tuoi capelli avvolgersi alle tempie e il vestito muoversi sui tuoi fianchi. Fuori c’è un sole che pare mezzogiorno e noi balliamo. Mi guardi: «Che c’è?». Niente, cosa vuoi che siano le nuvole che si stracciano lungo il cielo, tu che fatichi a tener ferma la tazza e non riesci a stare in piedi, il latte che trema. Hai paura. Ti si spezza la voce mentre vedi il tramonto: «Amore, che succede?».

Un ruggito sale dalle viscere del pianeta, la sua rotazione si conclude in un vortice di rocce, storia e carne, superato ormai il livello di sopportazione. Dissolta l’atmosfera, mi illudo che abbia ancora senso stringerti la mano.


Racconto di Tersite

42 pensieri riguardo “Bisarca 2019 – Chutzpah

    1. Qui però la fine dell’amore avviene per cause di forza maggiore, non per scelta dei due personaggi, che si trovano coinvolti in qualcosa di più grande di loro. Si perdono, ma non vogliono perdersi. L’amore, in realtà, è come se per loro due non finisse.

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  1. 👏 poesia pura! Complimenti! Se fosse possibile, vorrei conoscere di più di questo scritto. DAVVERO preziosa, per quanto mi riguarda, la scrittura! Vorrei sapere di più anche sul titolo. Inoltre, mi piacerebbe conoscere di più sui significati che sottendono alcune frasi. Se l’autore fosse disponibile, spenderei volentieri del tempo a chiacchierare riguardo a questo racconto. Una condensa di sensazioni e significati nel breve spazio di battute disponibili. Credo che in fondo fosse questa la “difficoltà” del concorso e questo racconto dimostra egregiamente come si possa riuscire dentro millecinquecento battute a dire più di un intero romanzo. Ancora complimenti!

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    1. Grazie, che bel commento, sono felice che il mio racconto abbia suscitato curiosità e che sia stato tanto apprezzato. Il titolo è una parola dall’ebraico che significa “audace”, senza necessariamente accezione negativa o positiva, ma nello yiddish pare che prevalesse quella negativa. Non posso essere granché precisa, non avendo approfondito la questione in modo esauriente. Relativamente al testo, si riferisce in primis al fatto che mi piaccia qualcosa che non padroneggio (fisica, chimica e altre amenità del genere), ma che amo ugualmente, il che mi porta a rifugiarmi nell’immaginazione, indagando fin quanto mi sia possibile la realtà da saggio accanto a quella da fantascienza. Storie di scienziati, di esperimenti, di desiderio di comprensione e conoscenza. Questo fa di me una sconsiderata e anche un’arrogante, perché mi immischio in cose che non mi competono. E non me ne frega assolutamente niente, se ho voglia di giocare con gli atomi o con il possibile scenario della disintegrazione del pianeta, mi piace farlo. Tanto sono solo parole, è tutto un gioco, anche se fra una parola e l’altra ci posso infilare qualche messaggio. Cosa succederebbe se? è solo l’innesco, poi parte la reazione e si va dove vuole lei.
      Ci sarebbe poi un secondo significato del titolo, ma riguarda il personaggio maschile della storia. Qui, però, ci addentreremmo su un altro terreno ancora e sarà meglio che mi taccia, sennò finisce che scrivo un poema. Come vedi è molto pericoloso togliermi il limite dei 1500 caratteri.

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      1. Grazie per le ulteriori delucidazioni! Sarei a questo punto curioso del secondo significato del titolo in riferimento all’uomo del racconto. Per mia indole, sono più rivolto all’umano. “Bere un caffè’. Aspettare un bacio”, a mio avviso condensano una elevata lirica. Il finale, inoltre, rivela quella ricerca del senso che solo la coscienza percepisce e non l’istinto, o la meccanica. Ribadisco che mi è’ piaciuto parecchio!

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      2. Non so, credo che siano semplicemente quelle cose che sono come un basso continuo nella nostra vita. Sempre uguali, una routine. Poi cambiano, e allora vedi che qualcosa non va. Il personaggio maschile è ispirato a uno scienziato canadese che è stato accostato in una poesia alla parola che da il titolo al racconto (ho scritto qualcosa di più in un commento più avanti), la cosa importante è che questo personaggio ha una personalità che qui però non traspare per necessità di spazio. Della coppia è quello cosciente di ciò che accade. Mi piaceva pensare che nello sfacelo fosse lui quello che mantiene il sangue freddo. Non per niente, è il narratore. Nella versione estesa, probabilmente il legame col personaggio apparirebbe più spiccatamente, ma insomma, va bene anche così, non è una cosa necessaria.

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    1. Lo possiamo vedere in entrambi i modi. Nel racconto, no, non è simbolico, e non è un terremoto, è la terra che si disintegra. Al di là del racconto, certo, può essere simbolico. Mettiamola così, due persone si amano, sono in qualche modo legate, ma sono separate da qualcosa, nel nostro caso la terra che aumenta di velocità fino a disgregarsi. Possiamo anche vederlo come la morte, disperante, perentoria, la fine senza possibilità di ritorno. E se ci penso, quando non esiste più qualcuno che amo, vorrei comunque potergli, poterle stringere la mano. Scivola via, non esiste più, non ha senso cercare la sua mano, ma vorrei che ce lo avesse, un senso, vorrei salvarla, stringerla, anche se galleggio nello spazio siderale e non ho un posto dove rifugiarmi. Anche se è assurdo.

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  2. La prima volta che ebbi occasione di leggere la parola chutzpah fu quando il buon Nicolas Slonimsky – musicista e musicografo americano di origine russa – scrisse un commento pepato dopo un’esibizione canora del divo pop Arnold Dorsey, il quale per emergere da un’anonima mediocrità aveva deciso di usare come pseudonimo il nome di Engelbert Humperdinck, compositore tedesco celebre quale autore della fiaba teatrale Hänsel und Gretel. Tale essendo l’imprinting, per me chutzpah conserva tuttora il significato di “faccia di bronzo” (o anche di altri materiali, assai meno nobili, a seconda di casi).

    Concordo con gli altri commentatori: c’è un solido mestiere dietro questo racconto 🙂

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    1. Molto interessante! Farò ricerche a proposito, grazie per lo spunto. Per quanto mi riguarda la prima volta che ho letto la parola in questione è stata in una poesia, The cowboy, dedicata a Louis Slotin, un fisico e chimico canadese (ma con famiglia di origine russa), celebre per una morte quanto mai rocambolesca nel 1946, a Los Alamos. “Call it / chutzpah or dumb bravado if you like, / I saw a job and did it. Period. / To hell with fear and excess caution, if / it interferes with what I know is right.” Senza entrare troppo nel merito del personaggio Slotin (chi mi conosce sa che potrei parlarne all’infinito o quasi), posso confermare che l’impressione che di lui si può ricevere è quella di un uomo piuttosto avventato, fra l’altro redarguito da Fermi, con una vita molto avventurosa, quasi un romanzo d’appendice, colorita da lui stesso. Da quella poesia la parola mi è rimasta in testa, anche perché mi ricorda il significato del nome Tersite, cui ho dedicato il mio blog, vale a dire “insolente”. Una bizzarra quadratura del cerchio. Non per niente, il personaggio maschile del racconto è proprio ispirato a Slotin, anche se non completamente. Situazioni quotidiane, ma con un esito al di là dell’immaginazione: la distruzione della terra. Un po’ come è stato per lui, un ragazzo semplice che ha contribuito a preparare il nucleo per la bomba atomica.

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    1. Grazie 😀 alla fine niente, stanno a galleggiare nel cosmo e che dire, senza atmosfera non si respira, quindi non so quanto saranno rimasti vivi. Cause? non ne ho idea. Scherzi a parte, potrei riflettere su una causa, ma dubito che riuscirei a trovare qualcosa di credibile, sarebbe divertente trovare qualcosa di assurdo, ma ci vorrà tempo. Mi affascinava pensare a una situazione assurda da fantascienza, con roba tipo stelle che si spengono. Un giorno chiedi a qualcuno che ha studiato fisica… ma che succederebbe se la terra aumentasse la velocità fino a scoppiare e spararci tutti fuori? Da questa cosa assurda è nato il nucleo del racconto.

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  3. Molto bello, alla prima lettura, ho fatto fatica a comprendere e così ho riletto di nuovo e il bello è stato proprio cercare di dargli il significato . Toccante la frase finale. Complimenti!!

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    1. Quando ho scritto la versione estesa del racconto, la sola cosa che non è stata toccata dalla mannaia (si, di tagli ce ne sono stati parecchi) è stata proprio la frase finale, le sono particolarmente legata. Felice che sia apprezzata 🙂

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  4. L’amore ai tempi dell’Apocalisse ed una poesia che si fa prosa: quasi tutto ha infatti il ritmo della lirica, le parole, gli sguardi non detti, l’assenza di musica come in un film di Antoniani, il silenzio prima dell’esplosione. Un racconto splendido, il cui finale spezza tragicamente ciò che appariva prima solo sospeso, come le immagini che ricordiamo dei nostri sogni, dove le cose avvengono senza reale collegamento logico.
    Non è la fine di un amore, ma uno strappo senza preavviso, che è poi il suo bello ed assieme la sua fragilità.
    Ho letto poche cose scritte così bene.

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    1. C’è tutto, il fondamentale c’è tutto, in quello che hai scritto. Quando arriva lo strappo improvviso, non sempre dipende da noi, anzi, ci troviamo in questa apocalisse. Lei lo intuisce, ma non comprende, lui è amaramente cosciente e cerca di proteggerla, sa leggere i segni nel cielo, nella nausea, nel mal di testa o nel latte versato. Mentre scrivevo questo testo ascoltavo una canzone, Kimi o nosete. “The earth is spinning, / concealing you / Your eyes are shining in the glittering light / The earth is spinning, carrying you / carrying us who shall meet someday.” Se solo sapessi il giapponese avrei fatto una traduzione direttamente, ma non ho questa possibilità. Ascoltandola, comunque, ho sempre pensato al fatto che siamo su questa terra, che ci trasporta, che gira e non ce ne rendiamo troppo conto, come non ci rendiamo troppo conto di chi abbiamo accanto. La separazione, poi, la terra che ti nasconde, che ti trattiene lontano. Quella mano tesa, il voler cercare l’altro o l’altra, anche quando tutto si vanifica, è proprio lo strappo di cui scrivi, non è un amore che finisce, ma un grido di disperazione. Grazie, veramente.

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      1. Sto avendo qualche problema a poterti rispondere… Per l’esattezza questo è il terzo messaggio che invio e purtroppo lo stesso Gianni non ho potuto fare niente per scoprire dove fossero andati a finire i primi due…
        Ad ogni modo, senza dilungarmi ulteriormente, volevo ancora ringraziarti: sei già con la citazione di Laputa mi avevi affascinato, con tutto il resto mi hai definitivamente conquistato.

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      2. Grazie 😀 e sui commenti non sai quanto ti capisco, ho lasciato decine di commenti su molti blog, finiti in spam o autodistrutti. Almeno, c’è speranza che prima o poi qualcosa arrivi, come stavolta.

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  5. Gianni, spero di non aver infranto alcuna regola ma ho risposto due volte alla risposta di Francesca/Tersite ed entrambe le volte la risposta si è automaticamente cancellata… Puoi verificare, per favore? Ovviamente se risolvesse il problema metti online solo la secondo delle due risposte, altrimenti sembro un malato di nevrosi degenerativa…

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