Bisarca 2019 – Rotelle


Rotelle

Mi piacevano le rotelle, quelle nere fatte di liquirizia. Tutte arrotolate su se’ stesse, sembravano iniziare dalla fine come se fosse il loro inizio. Per mangiarle le srotolavo in bocca, seguendo il filo, mai addentate di traverso, mi sarebbe sembrato dissacrante,  al pari di quando si bara ad una maratona, cercando la scorciatoia. Un po’ come dentro un labirinto, occorre seguire il percorso per arrivare alla fine, dove c’è l’uscita. Che poi, potrebbe essere anche l’inizio, quel principio nascosto che non si rivela. Come da bambini, quando nessun adulto può sapere esattamente di noi. Accade sempre così quando s’incontra per la prima volta. Si dirà che quello di l’inizio, mentre in realtà potrebbe essere la fine del ciclo precedente, prima della nuova conoscenza. Allora, inizio e fine coincidono, rappresentano uno stesso momento, sono uguali, come per la liquirizia.

Mi capitava di mangiarne due di fila di rotelle, per golosità forse. Ma con la seconda mi attardavo perché sapevo che era l’ultima. La srotolavo, la volevo vedere distesa per lungo. L’inizio e la fine, lontani l’uno dall’altra. Come vorremmo per la propria vita. Altre volte, mi cimentavo a spingere il centro verso il basso, come se da quel punto in poi, la stessa evolvesse, procedesse verso l’alto, in cerchi concentrici sempre più estesi. Come la conoscenza che ti porta a crescere e più lo fai e più ti rendi conto della vastità del cammino possibile.

Rotelle, chissà se me ne manca una.


Racconto di Rosario Galatioto

20 pensieri riguardo “Bisarca 2019 – Rotelle

  1. Inizio e fine che si racchiudono in un percorso concentrico, nel caso della rotella di liquirizia, di goduria.
    Io le srotolavo e tiravo il filo il più possibile per allargare la circonferenza e allungare la durata. In effetti poi mi accorsi che altra circonferenza stava allargandosi. E smisi con le rotelle. Che peccato!

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  2. Ricordo che acquistavo le girelle alla domenica all’oratorio e andavo a gustarmele appartata, lontana dagli sguardi altrui. Una sorta di rituale nel gustarmele e momento intimo. 😄 Detto questo, mi pongo la tua stessa domanda finale ! 😉

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  3. Ripenso al concetto che tanto amo di banalità. O meglio, sono portata a pensare che di fatto la banalità non esista, magari la svogliatezza sì, la poca cura, certamente, ma il concetto di “banale” che abbiamo noi, lo trovo, ecco, ingiusto, o esagerato. Spesso confondiamo banale con semplice, contaminando la semplicità con l’accezione tipicamente negativa che affibbiamo al banale. Cosa c’è di più banale della rotella di liquirizia? O di una lucciola, o di una rondine, o di una tazzina da caffé rotta? Eppure, quello che mi piace di questo racconto, è che suggerisce proprio questo, che non esiste il banale. Si parte dal semplice per arrivare al complesso, non solo come concetto, anche visivamente. Un piccolo disco, da cui nasce la spirale, cerchi concentrici, linee doppie, linee singole… tutto questo da un dolcetto da poche lire. Quando poi mangi una rotella, mettiamo che tu la svolga completamente, tutta quasi non entra in bocca, diventa grande, difficile anche da masticare, come le cose, quando le spieghiamo, cerchiamo di approfondirne ogni particolare, fino a dilatarle spazialmente e concettualmente. Una sola parola può essere una miniera d’oro.

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  4. Non è minimalismo, ma un gesto coraggioso (a forte rischio snobismo) di narrare l’assoluto attraverso la palese assenza di significato e di valore di una cosa spicciola: queste rotelle sono solo un gesto, un momento senza nostalgia proustiana, ma la condivisione di un considerare l’istante anche più banale come fosse eterno, perché poi alla fine l’autore sembra dirci che la consapevolezza genera significato e persino ciò che esiste è tale perché qualcuno lo vede come tale.
    Intrigante, spiazzante, equivocabile, affascinante.

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