Bob l’orso e la primavera


Bob l’orso e la primavera

La tana rifugio di Bob e dei suoi amici ricci era immersa nell’oscurità, e l’orso non si era svegliato ancora. Ad un certo punto una grossa ape, forse sperduta durante i suoi viaggi esplorativi, si era posata sull’orecchio sinistro del peloso animale addormentato. Bob, nel sonno, senza aprire nemmeno un occhio, la scacciò con un rapido movimento dell’orecchio, ma l’ape si posò di nuovo, che fosse stanca? Oppure che lo avesse scambiato per un fiore?
Bob la scacciò di nuovo muovendo ancora l’orecchio, stavolta più rapidamente. L’ape ronzò rumorosamente e si posò proprio sulla punta dell’orecchio; infastidito Bob aprì un occhio. La luce dall’esterno filtrava appena, segno che era giorno. Dentro la tana era caldo, ma soprattutto nel suo stomaco c’era il vuoto! Come Bob spalancò la bocca per sbadigliare, lo stomaco emise un brontolio simile ad una frana.
L’ape si era spostata e si era appollaiata comodamente all’orecchio di Bob. L’orso sospirò, inutile scacciarla di nuovo, sarebbe volata via da sola prima o poi.
Gli amici ricci se n’erano andati già, la scatola che aveva fatto da casetta era vuota, anzi no! In mezzo agli aghi di pino usati per giaciglio, avevano lasciato qualcosa, era appoggiato in bella vista. Bob mise a fuoco e vide una bella manciata di ghiande e altre bacche rossastre, un regalo per lui.
Chissà quando erano partiti e chissà da quanto tempo era arrivata il disgelo! Lentamente Bob si mosse, doveva uscire per mangiare.
La grossa testa dell’orso apparve dal buco d’ingresso, prima il muso, tanto per dare un’annusata, poi tutto il capoccione, con gli occhi ridotti a fessura per il riverbero e le orecchie tese, con tanto di ape aggrappata su.
Bob attese un istante per fare abituare gli occhi. La luce forte del mattino si spandeva dappertutto, forando i rami spogli e tristi dei faggi, e illuminando la rugiada notturna tra gli aghi di pino.
Quella mattina il sole aveva fatto capolino dietro una sottile coltre di nuvole, scaldando le prime foglioline verdi che comparivano qua e là sui cespugli.
Salvo nelle zone in ombra, la neve si era sciolta diventando pozzanghere e rigagnoli che facevano ingrossare i torrenti. Nell’aria si avvertiva già l’odore dei primi fiori che le piante pazienti avevano atteso di poter mostrare. Era arrivata la primavera.
Bob uscì del tutto, si stirò facendo scricchiolare tutte le ossa, sbadigliando fino a slogarsi la mascella e poi inspirò profondamente l’aria nuova del bosco.
Che bello. Pensò.
Si rimise a quattro zampe e cominciò a girovagare. L’ape si staccò dall’orecchio e ronzando se ne andò per i fatti propri. Forse aveva intuito di non essere su di un fiore?
Dopo tutto poteva anche salutare. Disse tra sé Bob.
Fatto due passi nemmeno si fermò. Sul sentiero coperto di foglie e timidi fili d’erba, stava passando un bruco, un bel bruco, nero e peloso.
Bob si avvicinò e lo guardò bene. Aveva movimenti coordinati e sinuosi, prima le zampette di sinistra, in avanti, la schiena inarcata, poi una spinta e di nuovo stesa, dopo toccava alla fila di destra e così via. Per quanto fosse un animale minuscolo, dava l’idea della velocità. Bob aprì bene le orecchie, perché l’animaletto stava bofonchiando qualcosa tra sé e sé. Dopo qualche istante riuscì a sentire:
“Corro corro corro corro! Presto presto!”
Bob sorrise e attese di vederlo sparire nel sottobosco. Sarebbe diventato una bella farfalla? Scomparve sotto delle foglie sempre ripetendo “Corro corro corro! Presto presto…”
Buffo animaletto. Ora doveva trovare qualcosa da mangiare, perché Bob era appena uscito fuori dalla tana che lo aveva ospitato per l’intero inverno, e sì… l’aria era deliziosa, fresca e frizzante ma … aveva una gran fame! Gli mancavano le dolci bacche, i frutti e tutte quelle delizie che il bosco. Un nuovo borbottio del suo stomaco fece scappare via tutti gli uccellini lì intorno, sembrava un tuono!
Tutti tranne uno. Un gufo, enorme, che guardava in alto e intorno, muovendo tutta la testa.
“Gustav?”
“Chi è?” Il gufo si guardò intorno con gli occhi grandi e abbacinati dal sole.
“Quaggiù.”
“Ah, orso Bob, buongiorno. Visto che sole?”
“Davvero, ma tu che ci fai sulle zampe a quest’ora?”
“Oh, non lo so, qualcosa mi ha svegliato e son uscito a dare un’occhiata in giro.”
“Ma col sole tu ci vedi?”
“No, o meglio sì e no, però potresti dirmelo tu cosa succede.”
Bob si sedette e si grattò la testa con la zampona.
“Ah, amico mio credo che sia arrivata la primavera, tutto qui.”
Il gufo sbatté per la prima volta le palpebre e allargò penne e piume fino a diventare un cuscino bruno marrone, quindi ruotò la testa tutta a sinistra e poi tutta a destra. Bob pensò che si sarebbe staccata, ma non avvenne.
“La primavera? Ah, sì sì. Lo so, ma no, qualcos’altro mi ha svegliato… Un ronzare intorno alla testa.”
“Le api!”
Quindi lì vicino c’era un alveare, e l’ape che aveva svegliato lui e magari infastidito Gustav il gufo, veniva da lì.
“Le api… Eh, se ci sono le api in giro vuol dire che è arrivato il bel tempo,…” Gustav lo disse tutto convinto. “…è così.”
L’orso si disse che forse poteva prendere un po’ del miele delle api.
“Mio caro ora devo proprio lasciarti, seguirò le api e vedrò se posso chiedere loro del miele.”
“E io credo che me ne tornerò all’ombra. Siccome cercherò di fare un pisolino fino a sera, potresti chiedere alla regina se non manda verso il mio albero le sue amiche?”
“Oh, si. Anche se non credo mi darà retta.”
Detto questo, Bob riprese a camminare. Doveva parlare con la regina, spiegare che gli serviva un po’ di miele, appena un sorso. Certo era probabile che anche all’alveare ne avessero poco. Finché le api in giro non riuscivano a recuperare un buon bottino in polline, difficilmente avrebbero prodotto miele.
Arrivare all’albero cavo, dove si erano sistemate le api non fu difficile, e poi via via che si avvicinava, sentiva l’inconfondibile ronzio di uno sciame operoso.
Quello che trovò però non era un rumore normale, le api erano agitate.
L’ingresso del nido, dell’alveare, era ostruito da una grossa frasca caduta da un altro albero. Probabilmente il peso della neve lo aveva stroncato e adesso se ne stava sull’ingresso dell’alveare.
Tutto intorno era un gran via vai di animaletti svolazzanti gialli e neri, che con aria indaffarata si bisbigliavano consigli e cercavano di coordinarsi per rimuovere l’impaccio.
“Prova qui”
“Ora sposta quella foglia”
“Taglia quel germoglio”
Bob le sentiva, le vedeva svolazzare, ma non notava alcun risultato. C’era poco da fare il ramo era troppo pesante e anche se la moltitudine nera e gialla cercava, ora di tirare, ora di spingere, nessuno sforzo sortiva effetto.
“Permettete?”
Come Bob parlò le api si voltarono tutte insieme. Per un attimo non accadde niente, poi si misero a parlare tutte assieme.
Venne fuori una valanga di “Chi sei, che fai, cosa c’è, che si fa, di chi è questa zampa?” che disorientò Bob.
“Se parlate tutte insieme non riesco a capirvi.”
Le api si avvicinarono le une alle altre, bisbigliarono ancora tra di loro, poi dal gruppo se ne staccò una.
“Orso, sono ape Giallanera, nera, nera, gialla, nera.”
Urca che nome complesso. Constatò Bob.
“Piacere ape Giallanera, nera, nera, gialla, nera. Vedo che siete in difficoltà con il vostro alveare, che ne dite se vi aiuto?”
“Puoi farlo?”
Bob annuì
“O sì, per me non è un problema.”
“Saresti così gentile?”
“Si ma, vi devo chiedere anche io un favore.”
“Parla pure”
Bob si schiarì la voce.
“Avrei bisogno di un po’ di miele, se posso chiedere.”
L’ape di nome Giallanera, nera, nera, gialla, nera, rimase zitta a mezz’aria per un po’, fissando l’orso con gli occhi dalle mille sfaccettature, poi volò verso l’alveare.
Entrare era difficile, e ci mise un po’. Nel frattempo Bob osservava le altre api, rimaste tutte ferme intorno al ramo.
L’ape Giallanera, nera, nera, gialla, nera riapparve.
“Regina, la nostra regina, ha acconsentito. Avrai una manciata del nostro miele, se libererai l’alveare.”
Bob sorrise. Alla notizia del possibile pasto, sentì la salivazione aumentare.
“Va bene.”
Si avvicinò al ramo, lo prese con tutte e due le zampe e lo spostò delicatamente, per non danneggiare l’alveare o colpire le api più vicine.
Intorno a lui era tutto un commento.
“E’ forte”, “E se gli scivola?”, “Spostati non vedo!”, “Che bestia è?”, “Un orso”, “Chissà com’è grande il suo alveare.”
Le api sapevano essere molto rumorose e chiacchierone.
“Ecco fatto, l’alveare è libero.”
Giallanera, nera, nera, gialla, nera si avvicinò di nuovo.
“Grazie orso, ora puoi prendere una manciata del nostro miele.”
Anche le altre lo ringraziarono ronzando intorno, poi si allargarono e fecero spazio a Bob, che con delicatezza tuffò la zampa nell’ingresso dell’alveare. Con cautela saggiò dove poteva trovare il prezioso liquido e ne prese un po’. Con calma ritrasse la zampa, ora bagnata di miele. Evviva!
Senza farlo cadere lo porto alle labbra e lo ingoiò tutto.
“E’ davvero molto buono, grazie ape!”
“A te orso.”
“Vi saluto.”
Terminata l’emergenza, le api si erano di nuovo sparpagliate, come sempre parlando tutte insieme e mandandogli alcune centinaia di saluti! Liberate dall’impaccio, forse avrebbero lasciato in pace gli altri animali col loro ronzio; Gustav poteva dormire tranquillo fino a sera.
Bob si leccò le dita per succhiare le ultime gocce del miele, delizioso.
Bene, ora che la fame era passata almeno un pochino, poteva incamminarsi e raggiungere la valle delle querce brune, dove avrebbe trovato ghiande ancora non mature forse, ma buone lo stesso e qualche frutto ancora non caduto dall’inverno trascorso. Poi c’erano i corbezzoli e qualche tubero, sì magari era presto, ma magari qualcosa da mangiare l’avrebbe trovato.

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