Bob l’orso – il cielo di primavera


Bob l’orso – il cielo di primavera

Bob si stava dondolando leggermente usando un grosso tronco caduto l’inverno precedente. La corteccia si era ricoperta di morbido muschio e un ramo rimasto incastrato nel terreno faceva da perno, così che l’orso non faticava più di tanto a muovere quel dondolo improvvisato.
Con la zampa destra si spingeva appena un po’ e lasciava che l’albero ritornasse piano giù, si spingeva e giù, e mentre si trastullava osservava le nubi e pensava a niente.
In cielo in quel momento stava passando una nuvolona a forma di piuma, con tante ramificazioni che morbidamente di riunivano al centro, poco più in là un’altra nuvola, piccola, che pareva fatta come il becco di un corvo.
Già,… si domandò tra un dondolio e l’altro …dov’era finito il corvo? era dall’inverno, prima del letargo, che non lo rivedeva. Magari si era spostato di zona, o magari no. Non poteva neanche domandare in giro, perché il corvo non si era presentato e non è che uno poteva andare in giro a domandare “Avete mica visto un corvo nero, di cui non so il nome.”.
Preso da questi pensieri Bob quasi non si avvide di essere osservato da qualcuno, fino a quando non notò con la coda dell’occhio un movimento. C’era qualcosa laggiù, da qualche parte tra le frasche del sottobosco. Adesso che la primavera era arrivata, le piante erano cresciute ed il verde aveva preso il posto del bianco della neve. Certo, la mattina faceva ancora fresco e la brina ghiacciava i prati facendoli sembrare ricoperti di vetro bianco, però il sole dopo un po’ che era sorto scaldava.
Come pensò al sole Bob si grattò sotto al mento: effettivamente la pelliccia folta che durante il letargo lo aveva protetto dalle intemperie, adesso iniziava a prudere. Bah tra un po’ se ne andrà! borbottò sottovoce. In effetti la lunga pelliccia sarebbe andata via del tutto per ricrescere a fine autunno.
Incurante del movimento tra le frasche, sorridendo appena, Bob continuò nella sua opera di contemplazione del cielo. Adesso quasi al limite della vista del plantigrado, lontanissimo, un rapace, forse un falco, si muoveva piano piano volando in cerchio. Era un bel vedere, anche se significava non incontrare nessun uccellino in giro. Troppo pericoloso volare per i pennuti più piccoli. Del resto anche i falchi dovevano mangiare!
D’un tratto Bob si alzò, di scatto, mettendosi a sedere ed indicando alcuni cespugli.
“Visto! Karl esci ti ho visto.”
Da dentro, proprio dentro un cespuglio, una voce rauca si lamentò
“Ma come fai ogni volta?”
“Ah sei rumoroso come una frana per me.”
Con movimenti sinuosi e lo sguardo offeso, dalle frasche fece capolino la testa di un grosso gatto, per l’esattezza di una lince.
Il muso striato i baffoni e le orecchie appuntite quasi non si vedevano, nascoste dalle ombre del fogliame.
“Ma no, hai tirato a indovinare, sono convinto.”
Protestò il felino, facendo un passo avanti.
“Che ci fai ancora in giro a quest’ora Karl? Non sei a riposare?”
Muovendosi con cautela il gattone uscì alla luce, si stiracchiò tutto agitando la codina gonfia, socchiuse gli occhi lucenti e sbadigliò talmente tanto, che Bob ebbe paura di dover aiutare la lince a richiudere le fauci! Ma dopo qualche attimo Karl chiuse la bocca e si avvicinò.
Bob trovava le linci animali affascinanti, dal corpo perfetto; solo la coda era un po’ ridicola corta com’era, ma serviva per non impigliarsi tra i rovi.
“Mah, niente, volevo un po’ di sole. E poi sto rincasando dopo la notte.”
“Ecco perché non c’è neanche un uccellino in giro. Tra te e quello lassù.”
Karl guardò in su, il falco adesso stava adocchiando proprio loro due, ma continuava il suo giro alto in cielo.
“Ah, mi piacerebbe vedere quello che vede lui, sai quante prede potrei scovare.”
Bob sbadigliò. Parlando di cibo gli era venuta fame.
“Comunque sei rumoroso.”
“Ha parlato quello silenzioso.”
Risero tutti e due.
Effettivamente Bob era un orso molto silenzioso e si muoveva con disinvoltura nel bosco, ma era pur sempre un grosso orso.
“E’ ora che vada a cercare qualche bacca. Mi ha fatto piacere trovarti in giro anche quest’anno Karl.”
“Piacere reciproco Bob, penso che per un po’ non ci vedremo, ho intenzione di varcare le montagne. E’ da un po’ che non esploro l’altra valle. A presto.”
Il gattone zompettò oltre il tronco caduto, per entrare velocemente nel sottobosco e scomparire tra le ombre.
L’orso fece un cenno di saluto con la zampa, poi si rimise comodo a naso in su. Il falco era sparito. Che si fosse stufato di girare a vuoto?
Fu in quel momento che sul ramo di un faggio non lontano comparve un passerotto, subito dopo un altro passerotto, poi un altro ancora.
I tre dissero assieme “E’ andata via la lince?” quasi facendo sobbalzare l’orso.
“Oh, sì.”
“Ah, bene.” Risposero praticamente all’unisono.
Effettivamente Karl era già lontano, Bob sentiva l’odore del felino affievolirsi.
In un attimo i tre si buttarono tra le radici scoperte dell’albero in cerca di vermi e larve tra un frullio di ali. Becchettavano con movimenti a scatto e cinguettavano di tanto in tanto soddisfatti.
Già, era giunto il momento di cercare qualcosa da addentare anche per Bob, che si alzò, si grattò una volta ancora la pelliccia e lentamente se ne andò. Aveva voglia di bacche, rosse succose bacche.

[Gli altri racconti di Bob]

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