Cambio di idea


Cambio di idea

Il negozio Ar-Tattoo era vuoto quella mattina. Aristide vide parcheggiare davanti alla vetrina uno scooterone. Scesero in due, un uomo e una donna: lui alto e giovane l’aveva già visto lì attorno, lei una bella donna, sui quaranta.
Si avvicinarono alla vetrina. Venivano da lui? L’attimo dopo entrarono nel negozio.
«Salve», fece lei con voce squillante.
«Buongiorno» rispose Aristide.
«Voglio farmi un piercing all’ombelico».
«Certo, seguimi nel retro».
«Sei sicura di volerlo fare?» bisbigliò il ragazzo con lei trattenendola per un braccio.
«Sì. Mi aspetti qui?» rispose lei poco prima di seguire Aristide dietro una porticina coperta di firme e scarabocchi.
«Contenta tu» borbottò e si accomodò sul divanetto in cuoio davanti al bancone.

Aristide un bel cinquantenne dal fisico imponente indossò guanti di lattice. Un bell’uomo dai lineamente interessanti, valutò la donna.
«Sdraiati qua».
La donna, alta e dai penetranti occhi verdi sorrise e si accomodò. Una volta sul lettino, l’uomo la osservò: un bel personale, bei fianchi un volto che non passa inosservato.
Lo sguardo di lei venne catturato dalle tante foto appese fin sul soffitto: corpi divenuti quadri veri e propri.
«Dovrai sbottonarti i jeans e alzare maglia e camicia».
«Meglio se mi tolgo tutto, è un caldo diabolico qua dentro».
La donna si spogliò restando con i pantaloni aperti e il reggiseno lasciando nudo l’ombelico, profondo e tondo.
«Lo facciamo qui?» disse pinzando con le dita la parte alta dell’ombelico suscitando una contrazione involontaria alla donna.
«Sì!»
«Comincio con il disinfettante».
Il tatuatore prese a spargere un liquido freddo col cotone.
Qualcosa nello sguardo dell’uomo la intrigò. La trovava bella? O era abituato e guardava così tutte? La accarezzava delicato con mani guantate, solleticandola.
«Forse ho un’idea migliore» fece d’un tratto lei, abbassandosi i jeans oltre l’inguine e facendoli scivolare lungo le cosce.

Il ragazzo seduto nella saletta principale aspettava curiosando tra i poster e i disegni appesi al muro. Spalle, caviglie e fondoschiena tatuati riempivano ogni parete.
Sul tavolino decine di riviste mostravano donne statuarie e uomini perfetti resi opere d’arte con tatuaggi variopinti e piercing.
Dopo cinque minuti di attesa decise di infilare le cuffiette e sentire un po’ di musica.
Al dodicesimo brano di Year Zero dei Nine Inch Nails, si rese conto che qualcosa non andava: troppo tempo per un piercing.
Si tolse le cuffie e fece per alzarsi quando la donna uscì dal retro seguita dal tatuatore. Gli occhi verdi brillavano, c’era un ché di malizioso in quello sguardo. Il ragazzo vide che portava la camicia fuori dai pantaloni, sbottonati. Accaldata e rossa in volto la donna si avvicinò alla cassa.
«Allora siamo intesi, Valeria, non lo toccare e niente sole, poi torni domani e vediamo il resto».
«D’accordo».
Estrasse la carta per pagare ma l’altro la fermò.
«No no, a lavoro finito».
«Ah, Ok, grazie Aristide».

«Ce ne hai messo» fece il ragazzo una volta usciti.
«Si, un po’. Ti spiace se torno a piedi? Prendo un po’ d’aria, magari salgo sul bus».
Perplesso lui la guardò e fece cenno di sì.
«Ma come mai così tanto tempo?».
«C’è voluto il tempo che c’è voluto e poi … be’ è una cosa mia. Non dirlo a papà intesi?», sorrise «ciao allora e grazie d’avermi accompagnato, non sapevo dove andare»
«Va bene. Allora ciao, ma’»

Mentre avviava il motore e prendeva la via di casa, rifletté su quanto strana fosse la voce di sua madre

Quando lo scooter si fu allontanato lei sospirò, si scoprì la pancia, e sbirciò in basso, dove una sottile garza nascondeva la “novità”: niente piercing ma un tatuaggio a motivo floreale che da appena sotto l’inguine arrivava a lambire il basso ventre. Lo aveva visto in una foto sul retro del negozio. In fondo l’ombelico era carino così e non le andava di bucarlo e poi il tatuaggio sarebbe stato una sorpresa per il marito molto più intrigante. E poi voleva un segno sul corpo, bello, intimo, tutto suo, da condividere con chi voleva.

[Perché questo racconto]

 

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