Musicista itinerante

Se ne va in giro col suo fagotto. E’ un fagotto pieno di cose, e di tanto in tanto lo suona. Gli serve per andare via, e infatti fa fagotto e sparisce se si annoia. Gli serve per portare oggetti, viveri e vettovaglie, ma non è un fagotto biodegradabile, questo resiste da anni.
Qualche volta trova la sua nemesi, un tipo che si appoggia al suo fagotto, ne viene fuori uno scontro lui e l’altro, contro il fagotto dell’altro che suona basso, un controfagotto*, e allora per evitare danni lui prende, smonta L’ancia, gliel’han venduta chiavi in mano, che lui sfila dal fagotto, la mette in moto, che mica è facile mettere un’auto in moto, indossa il casco e se ne va, con a tracolla il suo fagotto pieno di cose.


*scontrofagotto è banale

L’azienda dei geometri

L’azienda dei geometri

L’azienda aveva basi solide, un po’ meno le altezze dell’ingegno, ma in prospettiva aveva buone aree di sviluppo. Recentemente era stata suddivisa in tre divisioni, 5:2 9:3 e 1:4 per un valore complessivo di 5,75. Il vertice, sviluppando un piano che passava per tre punti, scelse di aggiungere un’ulteriore divisione: 3:4, per arrivare almeno a un sufficiente 6,5 entro la fine del quarto dell’anno in corso, tuttavia dovendo allargare il perimetro delle attività da svolgere, si risolse a indicare un nuovo raggio d’azione agli investitori.

La bella Rosa

Qualcuno la considerava di malaffare, perché se ne stava sempre con i venti, troppi dicevano, eppure tanti con venti erano abitati da suore, qualcuno da frati. Rosa non se ne curava affatto, tirava dritto, il fiore dei cieli e dei mari, a indicare da dove arrivano quei venti, che sono tanti, forse anche di più, ma che tutti chiamano venti.

Il correttore di bozze

Passava buona parte del tempo in carrozzeria, correggeva bozze sulle fiancate e sui cofani, poi la sera trovava errori nei testi degli altri, lui che aveva uno spiccato senso ortografico e una buona mano, tant’è che in carrozzeria restavano di stucco per come lo usava per correggere le bozze. Stucco che rimaneva sulle dita che correggevano le bozze e sporcavano la tastiera.
Solo la mattina, e solo dopo che si era mangiato un paio di brioche, abbozzava un sorriso e poi andava a correggere bozze.

Spesso ma non sempre

A volte otto centimetri, a volte cinque millimetri, spesso quindi, spesso così, ma non sempre. Discontinuo.
Era un po’ come guardare l’ontano per il vecchio maniscalco, che riparava i ferri, sistemava chiodi, variava lo spessore, però con il tempo non c’era sempre a bottega, diciamo che c’era spesso, ma non sempre. Guardò lo strato di colla per il pavimento, era spesso.


Una profonda discontinuità

Un giorno piatto

Era un giorno piatto, tant’è che vi mise sopra due uova al tegamino e un po’ di insalata, che ravvivò con aceto divino, preso direttamente dall’Olimpo, in fondo che c’era andato a fare in Grecia, se non per quello? Essendo al tegamino, però, le uova sapevano un po’ di ferro.
Si apprestò a ingoiare il secondo boccone, quando qualcosa calamitò il suo sguardo, che subito prese ad attirare le posate. Non c’era pace nemmeno in vacanza, ma perlomeno poteva vantarsi di avere lo sguardo magnetico.
Una ragazza di lì, una di quelle che venivano e andavano, lo adocchiò, forse affascinata da quel magnetismo, ma poi più nulla, il solito giorno piatto, con due uova. Menomale che il tegamino era amagnetico.


E non dimentichiamo l’insalata

Nato il 15 agosto

Di mezza età, quindi non un’età intera, Agosto Ferro si domandava spesso come fare a raggiungere l’età piena. Anche quell’anno compiva un nuovo anno il quindici agosto. Il suo dubbio era, mentre guidava il macchinario che spande lo spesso asfalto drenante, se avrebbe mai avuto un giorno quel che voleva e cioè l’altra metà della vita, ma forse era meglio così. Ogni anno sapere che hai ancora metà vita da vivere è una bella sensazione, certo, i primi anni uno si spaventa ma poi arrivato un po’ più in là, sapendo che tanti ne hai dietro e tanti ne hai davanti, ti fa piacere.
Suonò la mezza, tempo di staccare, fare pranzo, giusto mezza porzione. Chissà cosa gli avrebbe regalato la moglie per il compleanno.


La tensione corre sul filo

Lui lo sa bene, la sente fluire, è palpabile la tensione. Spesso la cerca, ne trova ogni fase, e la segnala con l’ago. Filo e ago, indissolubili tessitori di forza. Tutto ha un senso, in continua, oppure se vanno in alternata, a volte è l’uno a volte è l’altro, ma a lui non importa, basta settarlo sull’opzione giusta, impostare la scala e poi via, un capo qui un capo là.
Talvolta fischia, dipende dal corto, sì perché il corto lo fa fischiare, come se lo proiettassero al cinema e lui non gradisse, dannato corto.
Anche stavolta ha indicato il valore giusto, comunque, e ora se ne ritorna nella cassetta, pronto a sentire quella tensione, di nuovo.


C’è elettricità in questo racconto

Punto

Piccolissimo, a volte sulla cartina, a volte nella bussola, si atteggiava a gran prelato insieme ad altri tre. Una volta aveva millantato parentele illustri, un’attrice famosa e bellissima, una di quelle che fanno la storia del cinema italiano, forse per via del cognome.
Lo puntavano sempre, questo è vero, e di lui si parlava nei viaggi, specie in mare.
In fondo restava un punto, uno dei quattro*, sebbene di riferimento, comunque piccolo, indefinibile senza la sua connotazione.


°nessuno in particolare.

Come gatto e canicola

La compagnia di amici si radunò sotto le tende da sole, che per questo motivo smisero di fare ombra, lasciando allo scoperto i giovani e un gatto di gomma, che presto fu squagliato dalla canicola, in fondo suo nemico naturale. Come fu naturale per quel gatto di plastica fare le fusa, del resto con quel caldo, alla compagnia, che però non lo accarezzò, troppo liquefatto.
Come gli amici della compagnia se ne andarono, le tende ripresero a compiere il loro dovere in solitaria, ma ormai il gatto di plastica* fusa, seppur non più colpito dai raggi del sole, non potè tornare alla sua forma. La canicola aveva avuto ragione scaldando quel gatto di gomma, sotto le tende da sole, che non avevano più compiuto il loro dovere, almeno per un po’.


Purtroppo il gatto di gomma non ce l’ha fatta. Si è fuso con l’asfalto, tra l’altro non drenante. Ma questa è un’altra storia.

*quindi gomma sintetica