Colori


Colori*

Fin da bambina Maria si divertiva con i colori, per lei ogni muro di casa si trasformava nella tela di un quadro. A otto anni aveva visto i disegni rupestri che i primitivi tracciavano nelle grotte e ne era rimasta folgorata. Da quel momento gli album da disegno si riempivano di antilopi, di impronte di mani, delle sue mani impiastricciate di colore, cacciatori e cacciati.
A quattordici anni si era iscritta al liceo artistico, diplomandosi in fretta. Maria disegnava le proprie magliette, anzi disegnava sulle magliette che indossava. Ciò che le insegnavano non le bastava mai, aveva sete di colore.
Col passare degli anni l’amore per la pittura si fuse con quello della scultura, della fotografia, dell’arte tutta e aveva preso a girare il mondo, per conoscere, capire l’arte.
Ma tornava sempre a casa, la sua casa fatta di strade in pietra, di mare blu e archeologia, di misteri, di un’epoca d’oro del passato fatta di rocce e pigmento.
Fu di ritorno da uno dei suoi viaggi che tornando a casa le venne in mente di riportare alla luce i disegni dei templi della sua terra, dipinti fatti di mille e mille punti, figure che rappresentavano archetipi del passato, divinità e miti.
Lavorava per l’arte e il suo lavoro le dava modo di campare di quadri, di opere, di mostre e questo le permetteva di dedicare tempo alla pittura. Col tempo riportò alla luce le antiche tecniche impiegate durante l’età del bronzo.
Da principio replicò quelle immagini, poi estese i dipinti agli oggetti in legno e di creta. Ciò che fino a quel momento era stato solo bidimensionale, divenne tangibile. Una sera si vide allo specchio di ritorno dal mare, il corpo ancora non abbronzato dalla pelle e dal colore compatti. Ripensò ai nativi dell’Africa, alla loro bellezza esaltata dalle pitture con cui si adornavano. Ecco l’idea, usarsi come tavolozza. Dapprima un piede, poi un braccio e poi, con l’aiuto dello specchio di nonna, tutto il corpo.
Alla fine di una giornata intensa Maria si osservò riflessa in quello specchio, era diventata una sua opera, una contaminazione tra colore e carne, divino e terreno. Forse migliaia di anni fa i nativi della sua terra comunicavano così con gli dei e con l’aldilà. Soddisfatta attese che il colore si asciugasse e si sdraiò giusto un istante sul divanetto che aveva nello studio per riposare le gambe. Chiuse gli occhi e inspirò, dove aveva messo la fotocamera?

Un rumore la fece sobbalzare. Sentì lo scatto della serratura e il cigolio di una porta. Sbatté le palpebre e si guardò intorno, nello studio non c’ea nessuno. Cosa aveva fatto quel rumore allora?
Lo specchio attirò la sua attenzione, sembrava traslucido. Si alzò e lo osservò, la sua immagine non era più visibile. Guardò le mani, il ventre, le cosce colorate dai disegni, che però non si riflettevano più.
Osservando dentro lo specchio vide che la porta riflessa dello studio era spalancata. Maria si voltò di scatto, la porta risultava chiusa come l’aveva lasciata lei.
Allibita si girò verso lo specchio e sussultò, un gridò le morì in gola, la sua immagine speculare stava passando dalla porta, e si avvicinava a lei.
Il ricordo di sua nonna affiorò da chissà dove, sua nonna che forse conosceva la magia degli avi, quella che proteggeva le messi, la pesca, gli uomini in mare e le partorienti.
La nonna che le aveva lasciato in eredità quell’antico specchio, come le lo aveva ricevuto da sua madre.
L’altra Maria ghignò e affrettò il passo.
“Chi sei?”.
“Sono te!” rispose l’altra Maria, mettendo una mano sulla cornice come per uscire.
“Non è possibile, non puoi esistere, sei una mia allucinazione”.
“Eppure sono qui, mi hai chiamato tu, hai ripetuto mille e mille volte i gesti che i nostri antenati hanno usato per imprimere energia nelle rocce, e ora sono qui, guardami se non ci credi!”.
I disegni dell’altra erano più brillanti, netti, simili ai suoi eppure diversi, sembravano mutare muovendosi sulla pelle. Maria mosse qualche passo indietro, lo sguardo dell’altra sé era crudele, la spaventava.
Mentre indietreggiava, l’immagine attraversò lo specchio, passò oltre scavalcando la cornice e la raggiunse.
“Sono qui per esistere e ho bisogno di te, il mondo di qua è vuoto, è senza tempo, senza suono, senza odore, né vento né mare”.
“Che vuoi da me?”.
“Per esistere davvero, mi servi tu, la tua vita. Non ci possono essere due Maria”.
Maria cercò sul tavolo alle sue spalle un punteruolo da intarsio per minacciare l’altra, ma la donna dello specchio fu più veloce e le bloccò i polsi con forza. Avrebbe usato il punteruolo contro di lei, già lo puntava alla gola di Maria.
In quel mentre la porta dello studio, lo studio reale e non quello riflesso, si aprì e Marco fece capolino.
“Marco aiutami” gridò la donna dello specchio “questa pazza mi vuole ammazzare, guarda,” fece indicando sol mento il punteruolo di Maria “pensa di essere me!”.
La vera Maria restò di stucco. Conosceva il nome dell’amico?
Marco, che non era mai stato un violento, estrasse con lentezza un pugnale da caccia dentellato. Maria lo fissò inorridita, da dove spuntava? Marco armato?
La donna dello specchio cercò di immobilizzare sul tavolo Maria, mentre Marco si avvicinava con l’arma in pugno.
“Marco, sono io, sono Maria, sono io quella vera!” gridò.
La donna a cui la situazione ricordava brutti film e racconti dell’orrore, sentì salirle alla gola un groppo: paura e panico l’assalivano.
“Non crederle, Marco. Sa come ti chiami perché ti ho nominato io!” ringhiò l’altra.
A un tratto Marco guardò il corpo delle due donne, poi con calma si avvicinò a Maria.
“Mi spiace, ha ragione” sussurrò come a tranquillizzare l’amica, la vera Maria, mentre si preparava a vibrare il colpo.
L’attimo dopo l’uomo pugnalò al petto la donna uscita dallo specchio, che, senza una stilla di sangue, strabuzzò gli occhi incredula e cadde all’indietro, rimanendo con la schiena in bilico sulla cornice dello specchio, a metà tra realtà e riflesso e la lama nel cuore.
Maria esausta fissò sé stessa senza vita. Vedersi morta era sconvolgente. Si sentì mancare, ora che la tensione l’abbandonava, e si appoggiò a Marco, poi, dopo qualche respiro, lo guardò negli occhi.
“Grazie. Come lo hai capito”.
Marco sorrise.
“Dai disegni. Quella” indicò il corpo esanime “si è dipinta tutta la pancia, anche l’ombelico. Tu soffri il solletico a morte lì, non lo avresti mai fatto”.
Maria trasse un sosprio e si mise a ridere di cuore, a ridere così forte da perdere il controllo, e svegliarsi.

Lo studio era immerso nella penombra, e lei aveva dormito un bel po’. Si tirò su in piedi un po’ anchilosata e si stirò, che incubo. Con cautela si avvicinò allo specchio, dove si vide riflessa, ancora con i disegni sul corpo. Meglio coprirlo con un telo, si disse, e poi fare una doccia. Le foto le avrebbe fatte un’altra volta.

*Questo racconto è stato ispirato dal contributo artistico di Barbara Picci e in particolare dal suo esperimento di bodypainting.

Fa parte di questa serie anche il racconto Corpo del coloreato

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37 pensieri riguardo “Colori

  1. Eccomi!!! Finalmente son riuscita a leggerlo! Mi è piaciuto molto anche se, a dire la verità, ho avuto anche qualche sussulto e un po’ di paura per quello che sarebbe potuto accadermi. Son contenta che la mia arte ti abbia ispirato, davvero tanto. Grazie 🙂

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    1. Ciao! Sono contento che ti sia piaciuto, avevo il timore di non avere colto una certa ironia, oltre alla serietà del tuo lavoro (su te stessa poi).
      Mi fa anche piacere che ci sia stato un certo timore nel leggerlo, voleva essere inquietante, almeno un po’, ma in fondo (un po’ ingenuamente) sono un bambinone, non può finire così male qualcosa di positivo come l’arte.
      Ok, appena recupero del tempo, lo faccio diventare pubblico. 😉
      Grazie d’averlo letto e grazie del commento.

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  2. Beh, se non è amore questo? La conosceva veramente bene 😀
    Comunque, bellissimo il modo in cui descrivi la crescita della passione per arte e colore. Anche la scrittura è molto fluida, francamente non ho proprio niente da ridire.

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    1. Ti ringrazio, ci ho messo 6 mesi poco più a partorirla e una settimana a scriverla e rileggerla mille volte e ogni volta ho cambiato qualcosa, viva l’insicurezza insomma.. Mi sono divertito a scrivere la storia, spero si veda. 😉

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      1. Si vede, traspare ed è cosa importantissima. Sentire che chi scrive crede nel proprio messaggio è fondamentale. Durante la lettura di Emma, a volte mi sono sorpresa a pensare la voce dei personaggi esattamente come poi l’avresti descritta e questo significa solo una cosa: saper accompagnare chi legge, farlo sentire a proprio agio nella narrazione. Alla fine, se sai far vivere la tua creazione attraverso la tua stessa motivazione, dai un posto nascosto al lettore perché sbirci il tutto, senza mai cessare di essere presente.

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      2. Dovresti scrivere un’email alla mia editor, secondo me non ci crede! 😀
        Ti lovvo un casino, avrebbe detto un’adolescente amichetta di Emma! 😀

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  3. Molto bello e particolare, come tutto quello che scrivi, del resto. Complimenti ❤
    Verosimile la magia antica dello specchio, quindi fino all'ultimo sono stata indubbio che fosse un sogno.
    L'amico… mi spiace, non ci sono cascata, ho immaginato subito avesse compreso, anche se… pensavo fosse per un'intesa di sguardi. Comunque anche l'ombelico va benissimo 😉
    Bravo ^_^

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    1. Hai ragione sullo sguardo, lo sguardo freddo di una copia poteva e doveva essere uno degli indizi, però l’idea mi è venuta dalle immagini e, inoltre, il capovolgimento doveva avvenire con qualcosa che alleggerisse sino a quel momento la quasi drammaticità del racconto.

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      1. Ciao Gianni buondì. Ti chiedevo la mail così per fare un discorso su …. passami il termine. Dato che me lo chiedi ti dico qui. Il contenuto e la struttura mi sono piaciuti molto. Si scivola facilmente nel banale con certe trame e tu hai scalzato l ostacolo. Lo stile è così così mi è arrivato come frettoloso e impulsivo.
        L inizio lo sistemerei perché devi incuriosire il lettore … ma senza cambiare nulla … modificare l intro! Chi ti legge qui gia ti sa e va e legge … lo sconosciuto devi incuriosiosirlo. Posto ciò la mia impressione è viziata perché sto leggendo la Lispector … ovvio allora un occhio esigente e non perdere di vista il fatto che io sono un bel nessuno ….

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      2. Ciao, va benissimo qui come per email, l’unica cosa: di solito o rispondo subito o rispondo dopo secoli… sono volatile come la cenere in questi giorni, quindi non prendertela troppo se i miei commenti appaiono in ritardissimo.
        Lo stile è così così, eh, quello lo so, c’è poco da fare. E’ un po’ come dipingere o lo sai fare bene o sennò si vede che ci provi e, come mi definisco io, io sono un cialtrone che si diletta in scrittura.
        Hai fatto bene a indicarmi i difetti e le debolezze, perché lo scopo di questo blog è proprio quello di condividere e imparare e no, non sei un “bel nessuno”, anzi.
        Davvero, grazie.

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      3. …tra l’altro alle 13.30 di oggi lo ribloggo. Non lo posso più rimaneggiare perché è così che è anadto anche su altri blog, quindi ne esisterebbero versioni diverse… però lo riscrivo senz’altro, anche perché via via che lo rileggi, noti qualcosa che non va.
        Grazie di nuovo.

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  4. Come sempre i tuoi racconti sono interessanti, questo mi piace anche se, come ti è già stato fatto notare da “Cronologiadassenza”, ha qualche pecca, ma penso che questa sia la prima stesura. Soprattutto non avere fretta di arrivare in fondo, crea qualche attimo di suspense in più. Il genere che prevede lo sdoppiamento mi piace sempre, sai che conosco bene la schizofrenia. 😉 Tra l’altro mia hai fatto ricordare un mio racconto, che ha in comune con questo solo il fatto che la protagonista aveva due personalità, niente di più. Comunque bello. 😀

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    1. Grazie. Hai ragione sul blog ancor più del solito scrivo di getto, non riesco a fare altrimenti, ma migliorerò. Spero.
      Sull’arrivare subito al finale, ho sempre paura di addormentare il lettore.

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      1. Come ti ho già detto, prova a rileggere ad alta voce e vedi che effetto ha su di te. Talvolta è bene arrivare subito al finale, nel caso della pubblicazione sul blog va bene, ma se lo vuoi pubblicare è meglio lavorarci un pochino. Comunque certi racconti chiedono davvero il finale immediato. 😀

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    2. Oh, anche io adoro lo sdoppiamento, in questo caso anche fisico, sebbene in sogno. Come adoro l’idea di duello con sé stessi e la vittoria quasi per caso, o per intervento esterno, perché credo che contro di noi non si vinca mai, al più si passa a una conoscenza superiore che ci fa andare avanti.
      …e poi c’erano i colori, e il corpo femminile, sempre belli.

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      1. Non ricordo il racconto tuo di cui parli, forse l’ho anche letto (grave difetto di memoria) , ma se mi mandi il link di nuovo… volentieri lo rileggo.

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      2. E’ in un libro, dovrei mandarti l’intero racconto formato word, ma non credo che qui sia possibile. Se hai il libro “Storie di un illustratore di coriandoli” il racconto è “L’ultimo tocco di mezzanotte”. Altrimenti te lo mando in posta.

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  5. E dopo tutti questi grandi commenti da persone che ne capiscono, arrivo io: semplice lettrice X passatempo accanita!
    L’introduzione mi sembrava bambinesca, un po’ come potrei scrivere io una storiella buttata lì in 10 minuti, un fiabesco insipido, gli manca del carattere, bello comunque il racconto di maria e dalla sua passione che diventa il suo lavoro!
    Striminzita ma soddisfacente la parte horror, avrei di mio creato situazioni più contorte, l’ipotesi nel sogno di alcuni ricordi della nonna che le aveva donato lo specchio, piccoli segnali X farle capire che la sua doppia potesse essere uccisa solo con “che so, un pezzo dello specchio” o sul finale, dopo il suo risveglio mentre ripone una tenda sullo specchio una luce un qualcosa che lasci intendere che la stregoneria su quello specchio esisteva davvero! Sono solo idee ovviamente
    E intanto mi sono svegliata per via di un sogno: uno scorpione nella scarpa insieme a tanti millepiedi: che vorrà dire? 🤔

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    1. No che non sei una lettrice X … e certo che ne capisci anche tu, perché no? Anzi. Trovo poi che ciascuno abbia un suo modo di leggere e di sentire i racconti e che quindi ogni parere e impressione sia importante.

      Be’ non sempre si riesce a colpire l’immaginazione dei lettori. Doveva e voleva non essere troppo lungo, anche se da uno specchio che si apre su altri mondi, possono nascere storie lunghe assai più di una paginetta.
      Mi spiace per la intro che non colpisce, ma ti posso assicurare che è la parte che ho scritto meglio, pensa te! Ci ho messo 6 mesi a trovare una storia che potesse rappresentare il perché l’artista arriva al colorarsi… e a innestarla in una storia fanta-horror, senza che fosse però troppo splatter.
      Vabe’ non sempre si vince.

      Riguardo gli scorpioni e i tanti millepiedi, adorabili.

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    1. Non mi dispiacerebbe un tuo parere anche sul raccontino Corpo del colore(ato). Come sempre se hai tempo, voglia, eccetera eccetera… che qui si scrive per hobby e mica si vuole far diventare il blog un lavoro! 🙂

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