E per occhi… Parte quarta


[parte terza]

Poche differenze rispetto a come faceva lei di solito, giusto qualche volume in fondo. Si girò verso Pyro, le sembrava leggermente più grosso; prima era un bel cagnetto di due spanne e ora era quasi di tre. Possibile? Stava diventando matta. Scosse la testa: no, sicuramente ricordava male, i libri li aveva riordinati recentemente e sicuramente li aveva spostati, e anche i pupazzi li aveva appena disposti per fare posto a Pyro.
Tornò in cucina, guardò il sugo appiccicato sotto la padella; bruciato. Si era dimenticata il fuoco acceso.
Aprì l’armadietto dove teneva le conserve, avrebbe rimediato con un nuovo barattolo, tristemente notò che non c’era più niente, sbuffò perché le toccava andare a prendere qualcosa dalla cantina ed aveva anche fame.
Prese le chiavi uscì sul pianerottolo e accostò la porta senza chiudere, quindi scese giù per le scale, dove l’odore delle cucine altrui aumentava la sensazione di stomaco vuoto, e in un attimo arrivò al corridoio delle cantine. Il corridoio era stato appena ridipinto: il pavimento di verde chiaro e le pareti di bianco latte; le porte delle cantine, una per appartamento, erano sul lato destro, in legno chiaro, ciascuna con una finestrella di vetro smerigliato. Paola accese la luce con uno di quegli interruttori a bulbo, bianco anche lui; una lampada a filamento, chiusa nella sua plafoniera anni ’50, illuminò di giallo tenue il corridoio. A vederlo così sembrava la zona celle di un manicomio di inizio Novecento.
La sua cantina era la numero due, la aprì, entrò e prese rapidamente due barattoli a caso, dopo di ché chiuse, spense tutto e rientrò in casa, dove trovò ad attenderla Pyro, poggiato sulla tavola del cucinotto. Si era mosso? Si era mosso! Da solo. Notò che la cucina era perfettamente in ordine: la padella col sugo, ripulita e messa ad asciugare, le stoviglie ordinate nella piattaia, la pentola con l’acqua sul gas al minimo. Era troppo!
Era evidente che c’era all’opera qualcosa di strano, di sovrannaturale. Inutile girarci intorno, era il nuovo pupazzo a causare quelle stranezze. Anche se pareva una cosa folle, era colpa sua.

Link  al [finale alternativo horror]

Spaventata Paola prese il peluche con tutta l’intenzione di gettarlo nella spazzatura, ma come lo toccò le sue convinzioni defluirono, lasciandola estasiata da quegli occhioni blu e da quella appagante sensazione di morbidezza.
Con amore lo riportò in camera da letto, dove lo depose con cura tra i cuscini, come a lasciargli il posto d’onore. Prima di uscire gli mandò anche un bacio e tornò in cucina.
Proprio l’attimo dopo avere versato un nuovo barattolo sulla padella appena lavata, mentre stava accendendo il fornello, sentì suonare.
“Chi diamine…” Disse sottovoce.
Arrivò alla porta e senza troppe precauzioni la spalancò per vedere chi fosse lo scocciatore. Si trovò davanti un uomo alto, vestito con un frac nero ed il cappello in testa; la visione la lasciò paralizzata e senza parole: l’uomo nero.
L’uomo nero si tolse il cappello, mettendo in mostra dita lunghe e nodose, e lo portò al petto.
“Permette che io entri?”
Paola stava per dire “no” a gran voce, quando l’altro si tolse gli occhiali da sole. I suoi occhi erano di bilia, bianchi e lucenti. La ragazza si paralizzò. Dopo quel breve attimo, l’uomo nero la scostò delicatamente entrò, le fece fare tre passi dentro casa e quindi chiuse la porta d’ingresso.
“Dov’è il cane di peluche?”
Paola si riscosse.
“Chi sei? Che fai in casa mia?”
“Mi hai fatto entrare tu ricordi?” L’uomo si rimise gli occhiali neri.
“Non mi pare,…” Se lo ricordava? “…non sono sicura. Ma che vuol dire dov’è il peluche?” Mormorò.
Dalla camera da letto parve venire un guaito triste, l’altro si mosse seguendo il suono e trovò Pyro, comodamente seduto sul letto, grande ormai quasi come un husky vero.
“Eccoti qui, peste.” Il tizio estrasse un sacchetto marrone chiaro di tasca, di quelli per il pane col bordo dentellato, e vi avvolse il peluche.
Paola che lo aveva seguito strattonò l’altro e gli gridò contro: “Ma quello è il mio peluche, io gli voglio bene.”
“No, è il mio cane ordinatore. Se non lo fermo combinerà guai. Una volta ha riordinato un parcheggio di automobili!”
“E’ mio, io gli voglio,…” Stava per dire io gli voglio bene, ma si fermò. “… io, io l’ho pagato, lo voglio lo rivoglio subito!”
Lo disse, e se ne rese conto, con la stessa sua voce di quando aveva dodici anni. Se ne stupì lei stessa.
“No!” Rispose secco l’uomo.
Paola era arrabbiata e triste al contempo: il cervello sapeva che quel coso era legato a magia, stregoneria, e a chissà che altro, ma in cuor suo lo voleva, per coccolarlo e dargli modo di tenere ordinata la casa, cosa che non guastava.
“Da qui non esci se non mi rendi subito il mio Pyro e…”
Infischiandosene bellamente delle proteste di Paola, l’altro armeggiò con il sacchetto, che divenne piccolissimo e quando fu della giusta misura se lo mise in tasca; soddisfatto sorrise, anzi ghignò.
“Bene,…” Disse “…ora pensiamo a te.”
Paola fece un passo indietro, che voleva dire con quella frase?
L’uomo nero tirò fuori lo yo-yo dal taschino interno, se lo mise al dito e lo tirò in avanti; la rotella in fondo cominciò a baluginare e a ruotare vorticosamente. Per un attimo Paola rimase come paralizzata a fissare lo yo-yo, poi ebbe delle vertigini, barcollò e cadde tra le braccia dell’altro.
Si risvegliò con la sensazione di avere dormito ore, destata dall’odore di bruciato e di manici surriscaldati. Corse in cucina dove nuovamente il sugo si era carbonizzato; spense tutto. Cos’era successo? Tornò in camera per cercare di capire, un colpo di sonno? Così all’improvviso? Ricordava un peluche dagli occhi di biglia blu, si guardò intorno.
“Ah, eccoti!”
C’era un morbido pupazzo a forma di cagnolino tra i suoi animali di peluche, un bel cocker con le orecchie pendule, con i suoi allegri occhioni azzurri, di plastica. Paola gli diede una carezzatina e tornò in cucina; avrebbe pranzato con dei toast, cercando di non bruciare anche quelli.
Mentre cercava il pane e le sottilette, buttò un’occhiata alle bevande, doveva fare la spesa, soprattutto vino, per la festa del venerdì, le ragazze avrebbero portato il dolce.

[parte terza]

Licenza

E per occhi due biglie blu di Gianni Gregoroni è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.

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