E per occhi… parte seconda


E per occhi due biglie blu.

[parte prima]  [parte terza]

Erano arrivate all’isola del tesoro di quel navigare tra bancarelle, ovvero al bar Angoloso, e c’erano approdate dopo un bel pezzo, tant’è che Paoletta stava quasi per demordere ed entrare in una pasticceria a caso, azzannare una sfoglia e chi s’è visto s’è visto. Il ritardo era dovuto alle relazioni interpersonali di Lorena, che si era attardata un paio di volte ad intrecciare discorso con possibili spasimanti, a parlare con una ex compagna di università e a trattare l’acquisto di un cappellino floscio da abbinare ad una borsetta. Niente di particolarmente stressante per le altre due di normale, se non ché, Paoletta aveva fame, proprio fame. Non aveva sentito la sveglia, si era alzata all’ultimo minuto e per non fare tardi, non aveva messo in bocca niente.
Ora però era dentro, tazza fumante in una mano, mignolo alzato, pasta alla crema mezza morsa dall’altra, cagnone di peluche sottobraccio: il Paradiso: l’Angoloso.
Il bar si affacciava su antiche strade lastricate senza marciapiede; erano strade caratterizzate da un susseguirsi di strette casette, vecchie di secoli, qualcuna di tre piani, qualcuna poco più alta, tutte addossate le une alle altre senza soluzione di continuità. Ognuna col suo portoncino, si interrompevano solo per fare posto ora ad una viuzza, ora ad una piazzetta.
Osservando attraverso le vetrine del bar, invece, si sbarcava negli anni Ottanta: un tripudio di marmo verde, neon, ripiani di cristallo, frigoriferi, intelaiature di ottone lucido e torte, un sacco di torte, che gridavano forte e chiaro “siamo fatte a regola d’arte!”.
“Allora, fammi subito vedere il cappellino” Barbara aveva finito di ingoiare l’ultimo morso di bombolone.
“Affetta un fecondo” Rispose Lorena, tenendo il budino di riso tra i denti. Estrasse il cappello a righe grigie e nere. “Ghe ve ne fare? Mi fta bene?”
“Mooolto carino” Barbara era sincera, i capelli mossi e chiari dell’altra erano perfettamente raccolti sotto il cappello. Anche Paoletta annuì convinta, senza mollare un secondo pasta, tazza, borsa con pupazzo.
Paola sapeva già dove metterlo, aveva in mente lo scaffale, già, tra la pecora nera e il salvadanaio-porcellino con gli occhiali! Avrebbe fatto la sua figura. Si rendeva conto di non essere di compagnia in quel frangente; le amiche continuavano a parlare allegre mentre terminavano di mangiare e bere, lei masticava lentamente sentendo il piacevole peso della borsa con il suo Pyro. La stanchezza ed il raffreddore non le interessavano più granché.
Le seguì in silenzio fuori dopo che ebbero pagato. Come furono uscite Paola si sentì osservata, si guardò intorno e vide un figuro strano all’incrocio della viuzza poco più avanti. Era davvero alto, magro, con un abito elengante, scuro e… dannatamente fuori moda! Quello che aveva indosso doveva essere un frac, come quelli da direttore d’orchestra o giù di lì, con tanto di tuba in testa e mantello, solo che andava bene per il secolo di Jack lo Squartatore. Si sorprese per averlo pensato. Ma si tranquillizzò quando vide più in là una coppia di sposi ed un fotografo: doveva essere uno degli invitati e magari gli abiti erano obbligatoriamente d’epoca. Si accodò alle altre che passeggiavano  tra la gente.
Dopo un altro paio di giretti, le tre amiche decisero che poteva bastare e andarono verso il parcheggio dove avevano lasciato l’auto. Camminavano con passo svelto, solo di tanto in tanto rallentavano per dare un’occhiata ad una vetrina particolarmente riuscita. Senza quasi pensarci, a cadenze regolari, Paola dava una carezza al suo Pyro; era morbidissimo e ogni volta provava una soddisfazione estrema.

Erano arrivate, Barbara estrasse dalla borsa le chiavi dell’auto, mentre Lorena si spostava dall’altra parte per entrare.
“Bene allora tu che fai Paoletta? Vieni con noi? Si fa un giretto al centro commerciale poi si rientra.”
“No Barbara, voi fate pure il vostro comodo, non sto benissimo e torno verso casa. In due minuti ci sono, mi spoglio e faccio un bagno caldo.”
“Occhei, mandami un messaggio tra un po’, che sei bianca in viso.” Barbara era preoccupata.
“Sì, grazie.”
“Ah Paola, giusto,” Chiese Lorena “per venerdì?”
“Venite da me ok? Basta che portiate il vino, al resto penso tutto io.”
Era la cena di insediamento nella nuova casa di Paola, dove avrebbero inaugurato il nuovo televisore ed il nuovo divano, morbido, di scarsa qualità, comodissimo!
“Bene! Allora ciao, ci sentiamo semmai se ci sono cambiamenti”
“Sì, ciao Lore, ciao Barbara.”
Paoletta osservò l’auto delle amiche uscire dal parcheggio ed immettersi nel traffico. La ragazza carezzò meccanicamente il suo Pyro e con passo calmo andò verso casa. Era proprio contenta.
Dietro di lei a circa venti metri il figuro in frac la osservava giocando con uno yo-yo di vetro iridescente. Lo lanciava distrattamente e intanto fissava Paola. La cosa inquietante erano gli occhi: nascosti dagli occhiali da sole, tenuti in ombra dal cappello a cilindro, sembravano emanare un tenue bagliore bianco, non solo: non c’era un cane che non ringhiasse verso quell’uomo in nero.

[parte terza]


Ah giusto per chiarire: nomi, fatti, persone e luoghi sono inventati e sono frutto di fantasia. Che io sappia non esiste nessun bar sull’angolo che si chiami l’Angoloso, se però esistesse sarei ben lieto di sapere come sono le paste!

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