Ispirazione momentanea


L’imperfezione perfetta

L’incubo ricorrente la svegliò di soprassalto. Con un gesto secco e rapido scagliò lontano formiche inesistenti, e cercò di guardare tra gli interstizi del corpo dove fossero finiti gli scorpioni che sentiva e vedeva dappertutto, nel sogno, fino ad un istante prima.
Il cuore era vicino all’esplosione e pulsava forte nel petto e nelle tempie. Sotto la lingua avvertiva quella sensazione di arido, secco, sapore di ferro dato dalla paura; quando dormiva da sola era così e oggi non c’era neanche un cane lì intorno, soprattutto non c’era il suo cane, Dago.
Eppure sorrise, recuperata una briciola di calma sorrise. Suo figlio le aveva telefonato la sera prima, le aveva detto che con la ragazza sarebbe andato a fare una scampagnata per colline e aveva proposto di portare Dago. Lo avrebbe portato in giro con sé per farlo sgambare, lei aveva accettato, sapeva quanto il cane era legato al ragazzo, anche se era convinta della profonda pigrizia di Dago; il cane sarebbe rimasto sdraiato tutto il tempo sotto qualche frasca.
Sospirò.
I due ragazzi erano arrivati la mattina presto lì alla casa al mare, lei era scesa portando Dago al guinzaglio, e l’aveva messo in macchina, dove buono buono si era acciambellato nel divanetto posteriore, come di consueto faceva. Marchino, suo figlio, ormai oltre il metro e ottanta, ma sempre Marchino, l’aveva baciata sulle guance, aveva chiuso lo sportello, messo in moto e fatto partire l’auto.
Li aveva visti allontanarsi e sparire dietro l’incrocio in fondo alla strada, quindi se n’era tornata in casa; pure di mattina la giornata si preannunciava calda, estiva, di quelle vere, da mare d’agosto insomma.
Sistemato casa giusto un po’, si era fatta un caffè e poi aveva indossato il costume, messo un vestitino prendisole abbottonato sul davanti, buttato due cose nella cesta che usava per il mare e s’era incamminata verso la spiaggia, a quell’ora poco frequentata. Dopo due ore di sole, stesa sulla sabbia del bagnasciuga, aveva sentito la testa ciondolare e perciò aveva optato per camminare un po’.
Andava controsole e controvento, con i piedi nel mare sino alle caviglie. Talvolta trovava punti dove l’acqua era quasi fredda, la sentiva passare attraverso ogni singolo dito; bella sensazione. Di tanto in tanto incrociava qualcuno che come lei non voleva star fermo: chi correva, chi passeggiava, chi con le cuffiette ed il naso sul display dello smartphone.
Camminò ancora. Mentre la spiaggia si popolava e gli ombrelloni si aprivano, lei guardava il punto di contatto tra acqua e cielo, dove il Tirreno toccava l’azzurro col suo blu e le onde riflettevano la luce del sole, in alto la scia di un aereo lasciava uno sbuffo bianco. Bello.
Fatto un bel tratto, era tornata indietro. Un po’ stanca era rimasta ancora qualche secondo per guardare le onde, e poi rimesso ai piedi i sandali era ritornata a casa. Forse ne avrebbe approfittato per darsi un po’ di smalto sulle unghie o forse no.
Entrata aveva buttato la borsa da qualche parte, riposto i sandali e, slacciato il prendisole, si era sdraiata sul lettino bianco del giardino. Aveva incrociato i piedi nudi, che bello sentire l’aria attraverso le dita e s’era messa ad osservare la punta della palma; era cresciuta in questi anni e ora faceva una bella ombra.
Dopo qualche minuto accaldata si era alzata per prendere da bere, acqua. Si era distesa di nuovo con la braccia dietro la testa, poi si era fatta cullare dal sole caldo sul corpo, sul ventre, sulle cosce, dal vento lieve sui piedi, che faceva tintinnare gli anelli della tenda e si era addormentata.
Era lì che l’incubo si era affacciato, l’aveva pervasa, assalita. Aveva sentito dapprima il pizzicore delle formiche che salivano sulle gambe, senza darci peso, poi qualcosa di più tagliente di più acuminato che le camminava addosso e allora, nel sogno, aveva aperto gli occhi: scorpioni! Scorpioni che mettevano in fuga le formiche, formiche che salivano lungo le gambe, lungo il bacino, su, di corsa a centinaia e gli scorpioni che avanzavano pungendo la pelle, che inciampavano sull’elastico degli slip del costume, che si perdevano sul suo grembo; finché questo orrore non la svegliava e l’aveva svegliata anche stavolta.
Anche questa volta era andata così e andava così quando dormiva sola o senza il suo bel cagnone, il cui respiro regolare le regalava sonni perfetti, scacciando le bestie dei suoi incubi.
Mentre si stirava lentamente, recuperando la calma, sentì il campanello della porta, scalza andò ad aprire; suo figlio era tornato e prima di subito Dago era lì da lei, scodinzolante, a guaire per la contentezza di aver ritrovato la sua amica bipede.
In un respiro il buon umore era tornato, presto avrebbe preparato un’insalata di riso con i wurstel e le uova sode, si sarebbe fatta aiutare ad apparecchiare dal figlio e dalla fidanzata, avrebbero messo tanti piatti perché presto sarebbero tornati tutti gli abitanti di quella casa, dove già sua madre e sua nonna preparavano insalate di riso e le risate avrebbero scacciato formiche e scorpioni, le sue paure di donna imperfetta, non sempre sicura d’avere fatto tutto per il meglio, eppure vista dagli altri per com’era: splendida.

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Ogni riferimento a fatti e persone reali, è puramente casuale, eccetera eccetera

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Scritto di getto, su ispirazione, senza voler essere niente di più che questo: un breve racconto di 5.000 battute poco più e con la speranza di non averlo condito con troppi errori.

[Qui] Il link agli articoli che parlano di racconti in generale.

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