l’unicorno e la driade


L’unicorno e la driade

Il rumore delle bacchette si interrompe solo quando le mani sapienti di Vincenzo si fermano per intingere la punta nel colore; il ritmo è serrato, i gesti precisi. Il tatuaggio deve essere perfetto, un errore non è ammesso, il corpo di Micaela è troppo bello per rischiare di deturparlo.
“Vincenzo?”.
Lei è sdraiata sul divanetto, è nuda dalla vita in giù, ha un bicchiere di vino poggiato sul ventre.
Vincenzo interrompe il lavoro di bacchette e la guarda negli occhi.
“Dimmi cara”.
“Senti un po’, non ti manca mai il tuo mondo?”
Vincenzo fissa pensoso l’inguine di Micaela. Il tatuaggio sta venendo bene.
“A volte. A volte mi guardo allo specchio e vedo cosa sono realmente, rivedo la criniera e il corno e le avventure”, sospira, “e tu, Micaela? Ti manca?”.
“Ah, non so…”, lei fa roteare il poco vino rimasto, “a volte mi manca poter volteggiare, unirmi agli alberi, ma in fondo come driade facevo tutte cose eteree, deliziose se vuoi, ma qui, con questo corpo e con i miei poteri, qui sono venerata!”.
Vincenzo riprende a picchiettare la pelle di Micaela, il lavoro è ancora lungo. La giovane si rilassa, il dolore sulla pelle è poco più di un fastidio, ma costante.
“Non mi hai risposto”.
“Uhm” bofonchia Vincenzo, “qui ho trovato la mia dimensione, in tutti i sensi. Sai che intendo… e per ora mi basta”.
Micaela si porta una mano alla bocca e ride “Si, hai deciso di usare i tuoi molti talenti come dispensatore di amore! E anche come tatuatore non sei male! Per essere una copertura hai scelto bene”.
“Non sono male?” protesta lui “Guarda che ti lascio a metà!”
“Dai, sì, sei bravo, finisci il disegno”.
Un unicorno rampante sta prendendo forma e colore sulla pelle di Micaela, è cavalcato da una driade dalle vesti argentate.
Vincenzo guarda l’amica e sospira: “Dipingere sulla tua pelle è sempre un piacere”.

 

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