Nascosto tra le pieghe un racconto


La chiamata dei cinque

Fantasy, ma non un fantasy normale.

Accu era basso, tarchiato, con la pelle scura cotta dal sole, e gli occhi coperti da folte sopracciglia. Portava un elmo di ferro graffiato, legato sotto il mento, foderato di cuoio e di qualche pidocchio di troppo. Soprattutto Accu sapeva marciare per giorni, con indosso l’armatura di cotta di maglia, gli schinieri, gli spallacci e tutto quello che serviva a deviare coltellate e qualche freccia, si perché Accu combatteva per mestiere, e non si arriva a cinquanta cinque anni se non si è bravi.
Dietro di lui veniva Matto, che si chiamava proprio così, Matto, perché i suoi, quando l’avevano visto, con la pelle rosa come quella dei conigli appena nati, gli occhi storti, quattro denti già spuntati, avevano pensato “Ecco, ci è nato un figlio matto”. Lo avevano abbandonato subito alla congrega dei Seguaci di Abildur, divinità degli inferi. Che se lo crescessero loro, visto che dagli inferi quel brutto sgorbio veniva.
E i sacerdoti l’avevano cresciuto bene, facendone un loro confratello, e Matto era diventato forte, con la mazza, l’arco, e le arti misteriose.

I due camminavano canticchiando una canzonaccia, veloci quasi come cavalli, imbattibili sui sentieri, infaticabili.

L’aia era sgombra,
la musica ferma,
la giostra è finita
evviva la Rita!

Rita, Rita, la bella è tradita,
che or per vendetta
in mano l’accetta,
tagliò con un colpo…

Un figuro alto, allampanato, e avvolto in un mantello grigio di pregevole fattura, si parò davanti ai due, fermandoli con un cenno della mano destra, quando ancora erano a venti e più passi.
«Ehi coso, che vuoi?» gridò Accu, mentre Matto si preparava all’azione, e già spariva dietro un tronco.
«Sono Adalthur, venite dalla battaglia di Campo Nero?».
«E se veniamo da lì?».
«Allora siete nemici, perché il Nemico ha vinto e quindi, o avete disertato, o gli siete fedeli».
Il tempo di due respiri e una mezza dozzina di frecce venne scagliata verso i due. Accu le bloccò dietro il grande scudo, mentre Matto le incantò, facendole incenerire al volo.
Cinque dei più validi guerrieri Tardur, di stirpe alto elfica, si gettarono contro i due nemici, ma in un mulinare di mazze ferrate e incantesimi e frecce, di loro non restarono che mandibole fracassate, crani aperti, vesti in fiamme.
Adalthur, rimasto senza parole, compose in aria un incantesimo di fuoco, solo che Accu fu più svelto. Fattoglisi vicino, lo colpì all’anca con la mazza, lo sbatté a terra con lo scudo, poi lo spacciò con un colpo in testa.
«Elfi, ‘sti elfi del cazzo. Ce n’è sempre troppi» disse Accu tra i denti.
Matto si portò di fianco all’amico.
«Già, tocca ammazzarli uno a uno. Eppure non capiscono, che noi siamo in missione proprio per salvarli».
«Meglio levarci di qui».
«Oh, sì. Ah, togli le frecce dallo scudo».
«Continuiamo a cantare?».
«No, meglio di no» concluse Matto.

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