Scorpio pagina 2


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Mosse i primi passi fuori dal container bianco latte; la calura faceva riardere il cemento della piazzola dove era stato depositato e, la polvere smossa, dalla lastra di metallo che si richiudeva alle sue spalle, si perdeva nel tremolio dell’aria surriscaldata. Di scarafaggi nemmeno l’ombra, erano diffidenti e certo un corpo di metallo seppur di forma umanoide alto tre metri, non doveva apparire loro come un buon pasto. Trenta corpi di carne viva e fluidi vari, rintanati nel blocco A del terminal invece sì, ed infatti mentre si avvicinava con passi misurati già le telecamere ed i sensori dell’esoscheletro, rilevavano piccoli movimenti.
Il piano era semplice, trovare il modo di rendere sicuro un punto della zona dove fare atterrare i soccorsi e prelevare i superstiti, per farlo Erica aveva lanciafiamme, una serie di polveri urticanti, fosforo e combustibile vario. Doveva stare solo attenta a non far passare nessuno scarafaggio; la difficoltà era proprio portare via le persone, magari anche in braccio senza che venissero aggredite da nugoli di scarafaggi.
Girò con circospezione attorno al complesso aeroportuale, vide che le porte di accesso lato piste erano state completamente sigillate; mentre camminava guardò dietro le spalle, il container si era richiuso, la luce gialla sulla sua sommità lampeggiava: il processo di sterilizzazione interna era iniziato, la seconda camera da cui era uscita sarebbe arrivata a circa duecento sessanta gradi, una precauzione. Era una possibile zona salva, dove piazzare qualcuno dei superstiti nell’eventualità di un recupero laborioso.
Dall’esterno non si vedeva molto, alle finestre erano stati applicati dei pannelli a coprire tutto. Col visore termico vide qualcosa dietro uno di questi, c’era movimento al secondo piano, almeno cinque corpi caldi in piedi.
Continuò il giro e trovò il punto da dove erano passati i passeggeri del volo; una uscita di sicurezza laterale, era stata aperta con la procedura di emergenza e richiusa. Non bene però, la lamiera era scostata di qualche millimetro; questo non era bene. Fece passare la telecamera a fibra di vetro dietro la porta, osservò bene per qualche secondo. Niente né all’infrarosso né a luce normale. Si entra, disse tra sé.
“Trovati?” Era Enni, da qualche parte nel suo ufficio le stava parlando dal satellitare.
“Sono sul posto, non rilevo corpi qui fuori, dentro la struttura c’è qualcuno. Entro tra un po’ dopo che ho verificato bene.”
“Perfetto, non ti disturberò oltre. Sai dove sono se ti serve aiuto o l’aereo.”
“Per ora no, grazie.” Enni le sembrava preoccupato, forse subiva pressioni perché c’erano di mezzo politici? Non era un problema suo. Lei amava “quei” politici.
Staccò con attenzione la porta e la richiuse dietro di sé. Sapeva di non potere accendere subito la luce, perché in quel buio se c’erano scarafaggi si sarebbero gettati sulla lampada costringendola ad elettrificare l’armatura e attendere che se ne fossero andati se non morti. Erano coriacei.
Puntò la luce infrarossa intorno, l’ingresso dello scalo era vuoto, c’erano un paio di tappeti arrotolati e delle scatole di cartone appoggiate contro una parete, i negozietti ed i caffè svuotati di tutto, visibile solo l’intonaco e le piastrelle.
Non c’era traccia di scarafaggi, molto bene. Ne approfittò per sigillare bene l’entrata, forzandola con le mani e cospargendo il tutto da urticante.
Perlustrò tutto il pianterreno, osservando ogni angolo, niente scarafaggi e raggiunse le scale mobili, ferme, che andavano al piano superiore. Secondo i suoi calcoli e la cartina in sovraimpressione in quel momento doveva essere vicina a dove, poco prima da fuori, aveva rilevato la presenza di qualcuno.
Sempre con cautela salì su, con scheletro indosso pesava oltre centocinquanta chilogrammi, in fondo nemmeno più di tanto.

Cosa avrebbe fatto una volta trovati i passeggeri del volo? Aveva caricato le immagini di tutti coloro che si erano messi contro il padre, dell’assessore, del segretario, dell’architetto, perfino la dattilografa. In tutto nove persone a cui farla pagare. A mente fredda si era ingegnata per trovare un modo per farle mangiare dagli scarafaggi oppure ucciderle lei stessa, ma adesso lì, in quel posto, quasi le dispiaceva.
Sentì un rumore amplificato dai sensori dell’armatura meccanica, qualcuno gemeva poco più avanti, dove guardando bene dovevano esserci i gate. Andò là e trovò a terra, gemente, un perfetto sconosciuto, un signore di mezza età legato e imbavagliato alla bell’e meglio con la camicia aperta a mostrare un petto, non certo da atleta, coperto da decine di graffi, alcuni rossi per il sangue. Così ad occhio e croce, l’esca. L’esca per gli scarafaggi? Cos’altro.
Cosa voleva dire? Che si erano rintanati da qualche parte sperando di lasciare qua un’esca? Per la miseria che barbarie. La cosa lasciò Erica interdetta, poi la sensazione divenne rabbia, furia. Pur di salvarsi avevano lasciato un uomo così.

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