Scorpio-3


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Respirò a fondo, perché doveva mantenere la lucidità necessaria in quel frangente. Se liberava l’uomo qui, allora esponeva se stessa alle ritorsioni di altre ventinove persone, questo era davvero male. Doveva metterlo in sicurezza e continuare come da programma: trovare tutti gli altri.
Con delicatezza si mosse affinché l’esoscheletro prendesse il bavaglio dell’uomo, liberandone la bocca, glielo tolse e questi respirò a fondo.
“Chi c’è chi è? Chi c’è?”
Era buio ma perché non la vedeva?
“Sono dei soccorsi” La voce dall’altoparlante dell’armatura doveva apparire piatta.
“Cosa? Sì, sì ti prego, liberami.”
“Che cosa è successo?”
“Gli altri, per paura mi hanno messo qui, dicevano che serviva un’esca nel caso avessero dovuto scappare verso le piste, qualcuno da sacrificare.”
“Ora ti slego completamente, però devi rimanere fermo, farò in modo di riportarti indietro sano e salvo.”
“Sì, sì, grazie.”
Tagliò le corde, erano corde da arrampicata, non sapeva esattamente di quale tipo, però le aveva viste nei negozi di sport ed i nodi erano fatti bene. Abbiamo un esperto, pensò.
L’altro si alzò di scatto, per ricadere subito dopo.
“Piano piano,” Lo aiutò a mettersi seduto a terra “sei stato in quella posizione per un bel po’, devi riattivare prima la circolazione.”
L’uomo sudava, era stato malmenato, aveva dei lividi.
“Come ti chiami?”
“Aldo Rossi.”
“Bene Aldo, ci vedi bene?”
“No, al buio quasi nulla. Non so che mi hanno fatto.”
Erica osservò i suoi occhi, sembravano feriti di fresco, come cosparsi di acido.
“Allora facciamo così, io per il momento ti lascio qui; questa zona è sicura…”
“No! No, ti prego usciamo di qui! Fammi salire sul tuo mezzo, elicottero o aereo che sia, ti prego.”
Era disperato, strillava roco, tra la foga di parlare e il panico, con le mani si aggrappava alle gambe di metallo dell’esoscheletro.
“Calmo, calmo, così non mi aiuti.”
“No, se resto qui mi trovano e mi ammazzano, perché parlerò, li inchioderò per tentato omicidio, no ti prego andiamo.”
Era nel panico. Doveva assecondarlo.
“Va bene, va bene. Proviamo a farti alzare di nuovo.”
Decise che questo era il suo superstite, lo avrebbe usato come testimone, molto bene. Lo aiutò di nuovo a mettersi in piedi, stavolta ce la fece e ancora un po’ barcollante mosse un passo.
“Dove andiamo?”
Erica ci pensò un po’ su; la strada migliore era quella già percorsa e il posto migliore era il suo stesso container, del resto era uno dei punti di raccolta previsti. Gli altri li avrebbe portati sul tetto dell’edificio una volta salvati tutti, forse.
“Vieni con me, ti porto fuori.”
Vista da fuori la scena aveva un che di surreale, un corpo umanoide di metallo stava portando letteralmente per mano un uomo quasi cieco giù per le scale di un aeroporto deserto. Raggiunsero l’ingresso da dove Erica era entrata, lei riaprì il portone di metallo e guardò fuori con circospezione; il repellente era tutto intorno e sopra alla porta, luccicava alla luce del sole e di scarafaggi non c’era traccia, non ancora.
“Vieni vieni, è sicuro.”
“Portami via, ti prego, non vedo che ombre.”
Uscirono. L’armatura poteva andare un po’ più veloce sfruttando dei pattini, il terreno era compatto e non presentava buche eccessive, poteva caricarsi l’uomo ferito in braccio e fare prima. Eccoli.
“Rilassati, ti devo caricare in braccio.”
Era abbastanza pesante, robusto. Per sopraffarlo avevano usato qualcosa contro gli occhi, probabilmente un urticante o simili.
I primi e più veloci sbucarono fuori dalle fenditure del terreno, da sotto l’ombra di piccoli cespugli, dai segnali colorati della pista dell’aeroporto; centinaia per ora. L’uomo era tra le sue braccia, in una presa quasi romantica, da fiaba, anche se di norma era il contrario, era la bella in braccio al cavaliere. Col movimento del pollice sinistro attivò le ruote, una volta bloccate in posizione, partirono. Arrivarono al Container, li intorno per il momento non c’era traccia di insetti.
La porta si aprì con snervante lentezza, i secondi sembravano dilatarsi in minuti e l’odore di sangue che doveva emanare il ferito non faceva che guidare lì gli scarafaggi. Come fu dentro la richiuse, al controllo non risultò essere entrato nessun ospite indesiderato, per fortuna. “Chi sono stati i primi? Ad aggredirti dico”
Depositò a terra l’uomo. Aldo si prese qualche secondo per rispondere, sembrò pensarci a lungo.
“Dove siamo qui dentro?” Si guardava intorno strizzando gli occhi e toccando le pareti di metallo.
“Sei dentro il mio container da trasporto; lo usiamo nelle zone nere, per sbarcare in sicurezza.”
Nel frattempo Erica aveva fatto aprire la seconda porta.
“Adesso dovrai entrare di là e rimanere fermo, il container è sicuro e qualunque cosa succeda verrà ritirato domattina.”
“Cioè anche se non tornassi tu?”
“Perché non dovrei tornare?”
“Perché ti attaccheranno, se entri di nuovo là dentro intendo. Io so chi sono e cosa mi hanno fatto.”
“Allora resta qui, sei la mia assicurazione.”
“No ehi, no no salviamoci.”
Erica azionò la chiusura. Già che c’era bloccò la seconda paratia con codice numerico. Non si sa mai, pensò.
Osservò dalle telecamere la zona li fuori, come sempre prima di uscire; non c’era più traccia degli scarafaggi. Puntò lo zoom verso l’aeroporto, le si gelò il sangue, aveva commesso un errore da principiante: la porta, aveva dimenticato aperta la porta da cui erano usciti. Distratta dalla situazione inattesa si era lasciata prendere dalla frenesia, non aveva mantenuto i nervi saldi. Forse era la soluzione alla sua voglia di vendetta però.
“Controllo Area?” Chiamò via radio
Silenzio. Ma non rispondevano sempre subito; azionò la porta esterna.
“Qui controllo, avanti.”
“Uno salvo, nel container, situazione strana sembra ci sia stata una colluttazione.”
“Rinforzi? Sono armati?”
“Non credo abbiano armi, vado a vedere di salvarne altri.”
Poteva lasciare tutto com’era, entrare con un po’ di ritardo, constatare se c’era qualcuno in vita…
“Salva perlomeno i bambini, se ce la fai.”
Già, c’erano quattro incolpevoli bambini. Scrupoli?
“Cercherò di salvare tutti. Chiudo.”
Uscì di nuovo, attese che la porta si chiudesse del tutto e calcolò quanto tempo era passato; la porta era rimasta aperta per circa sedici minuti; certo tutta la zona era ricoperta di repellente chimico, che copriva anche l’odore del sangue e a volte da solo era bastato a rendere sicura una zona, ma la certezza che non ci fosse già qualche migliaio di scarafaggi in giro per l’aeroporto non c’era.
Si mosse ancora usando le ruote, era un modo rapido ma anche pericoloso; l’armatura non era così stabile.
Come fu di nuovo alla porta vide che già un buon numero di scarafaggi si era portato lì intorno; restando a buona distanza per evitare di venire assalita e portarseli dietro, accese il lanciafiamme e rese sgombro l’accesso. Forse niente era compromesso. Entrò piano e stavolta chiuse la porta, sigillandola.
Aldo Rossi, che nome … Lo pensava mentre saliva le scale, non gli aveva però detto da chi di preciso era stato assalito, e nella fretta di metterlo in salvo non aveva insistito; forse perché dava per scontata la colpevolezza di tutti.
Oltrepassò il punto dove aveva rinvenuto Aldo, controllò se c’erano tracce termiche, soprattutto nelle tubature dell’aria condizionata, illuminò quel posto desolato. Le tracce termiche viste da fuori, venivano da davanti a lei, secondo i calcoli: cinque persone. Un po’ poche. Qualcosa non tornava affatto.

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