Scorpio-5


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11.09 UTC

Parte 2 – lo scorpione e la vipera

Mentre Erica percorreva le sale di attesa con le tipiche poltroncine di metallo traforato dell’aeroporto, si chiedeva cosa avrebbe fatto, quando si fosse trovata davanti la faccia di quei bastardi, che con un po’ di denaro e conoscenze, avevano rovinato la vita di suo padre, facendolo cadere in una depressione senza fine. L’idea era quella di tardare nel trasportarli in salvo nei tempi giusti; in fondo un incidente, un ritardo, potevano sempre succedere in quei recuperi così difficili da organizzare.
Entrò nelle vicinanze di una delle sale del check in, con nastri trasportatori e monitor, tutto abbandonato in fretta e furia. I nastri potevano essere un buon veicolo per le bestioline, per gli scarafaggi. Sicuramente i tunnel e i passanti con i nastri erano stati sigillati e ogni orifizio tappato con della schiuma, certo, ma i tappi in plastica si muovono, si assestano, la colla cede, la schiuma poteva addirittura venire mangiata.
“Controllo, sono nella parte centrale del complesso. Nessuna lettura.”
Attese, giusto il tempo della connessione satellitare; il segnale rimbalzava alla sua base mobile, il container, e da lì sino al satellite quindi alla centrale operativa e di nuovo indietro.
“Qui controllo, confermi ricezione nessuna lettura?”
“Confermo, per ora nessuna lettura. Continuo esplorazione sino ad orario limite delle batterie.”
Doveva tenere una sufficiente scorta di batterie che le consentisse di muoversi e portare i bambini e la donna al container, a quel punto avrebbe atteso l’arrivo dell’aereo di recupero.
Ripassò mentalmente tutte le aree che aveva attraversato, era arrivata sino alla zona negozi al piano superiore. I bar e i duty free non avevano più niente di esposto, restavano le macchinette da caffè, i forni scintillanti, le poltrone di vari colori e i manichini di plastica nelle loro pose estetiche, senza abiti indosso.
Sentì muoversi qualcosa dietro uno dei banchi di una delle compagnie aeree. Le letture indicavano l’emissione termica di una persona, viva. Erica si mosse in quella direzione
“Qui controllo a squadra a terra.”
Erica si fermò.
“Avanti controllo.”
“Ti restano nove minuti, sta per arrivare una brutta perturbazione, se non porti a termine la missione, dovrai restare tuta la notte.”
Non era una situazione divertente, passare la notte in quel posto, neanche per lei.
“Confermo l’informazione: nove minuti da ora. Potete procedere con il recupero: sul tetto della struttura in zona sicura e il container di rientro.”
“Ricevuto.”
Tra meno di otto minuti sarebbe arrivato l’aereo-scopa a prenderli. Tornò il silenzio. Ora doveva pensare alla traccia termica.
Si avvicinò con cautela al bancone della compagnia, si affacciò e vide una scia di sangue di molti metri ed un uomo di sessant’anni circa, ben vestito, che riconobbe subito René Bastiani, un vecchio amico del padre. Non sembrava essere stato ferito dagli scarafaggi, perché non l’avrebbero lasciato mai, intero, se lo sarebbero divorato in pochi minuti, cominciando dalle parti molli.
“Sono qui…,” Cercava le parole “…per recuperarvi. Cosa le è successo?”
Con l’esoscheletro non era in grado di prestare soccorso ed in quel frangente, non era il caso di uscire senza prima valutare le condizioni dell’uomo; se era spacciato, era spacciato punto e basta.
“Mi aiuti. Sto male, sto perdendo sangue.”
“Cosa le è successo?”
Avrebbe voluto calpestarlo lì in quel momento. Ma non ci riusciva.
“Mi hanno aggredito.”
Come scarafaggi si erano rivoltati gli uni contro gli altri. Come nelle più tristi tragedie. In fondo non erano tanto dissimili dagli scarafaggi da cui doveva salvarli.
“Chi e dove sono gli altri.”
“Non c’è più nessuno, non c’è più nessuno. Portami via di qui.”
L’uomo si adagiò a terra, respirava a fatica. Erica sospirò e decise di uscire dalla struttura che la proteggeva; in fondo la sua vendetta si era già compiuta, ci aveva pensato il destino. Certo restava il dubbio di cosa fosse accaduto agli altri, e chi fosse l’aggressore, ma non c’era tempo, le letture indicavano in poco più di trentacinque gradi la temperatura dell’unico sopravvissuto rimasto. Aprì la piastra anteriore, si slacciò tutte le cinture ed i fermi che la collegavano all’armatura e scese a terra. La valigetta del pronto soccorso era in uno dei fianchi dell’esoscheletro, la prese.
“No che fai, portami via!” René quasi gridò.
“Fermo, prima devo vedere l’entità delle ferite, se non ti fermo le emorragie muori prima di arrivare sul tetto.
Erica si avvicinò e fece per appoggiare l’altro sul fianco per vedere le condizioni e le ferite. La maglia era intrisa di sangue però non c’erano segni di ferite. D’un tratto René si rivoltò contro la donna, piantandole un pugnale tra le costole. Erica sentì la lama strisciare sull’osso e risalire verso il torace. Gridò, un grido strozzato e gorgogliante. Perché?
Il ferito, anzi il presunto ferito, la colpì ancora, mirando al petto; d’istinto Erica si riparò con la valigetta del pronto soccorso e deviò il pugnale. Sentiva il sangue risalirle sulle labbra. Deviò un altro colpo e colpì con tutte le forze la testa dell’aggressore, che si accasciò.
Erica si trascinò nell’esoscheletro, lasciando dense gocce di sangue a terra e sulle paratie metalliche dell’armatura. Stringendo i denti si issò a bordo e si richiuse dentro. Stava perdendo sangue e probabilmente aveva un polmone lesionato; sperava non collassasse. Febbrilmente cercò una delle garze autosigillanti del kit interno di pronto soccorso. Per sua fortuna aveva usato quello esterno, come da regolamento.
Perché quella reazione? Perché l’aveva aggredita?
“Controllo…,” Parlava a fatica, restava poco tempo “…pronti con il rientro. L’ultimo superstite si è rivelato ostile e pericoloso. Mi ha colpita.”
Silenzio. Il solito ritardo.
“Qui controllo. Sei in condizione di rientrare? Il mezzo di recupero è a tre minuti da lì.”
“Affermativo. “
René si riprese dal colpo inferto con il kit di pronto soccorso. Erica lo vide e vide che il sangue sugli abiti non era il suo, era quindi tutto una finzione?
“Dannata, ce l’hai fatta vero?”
“Maledetto bastardo” Ringhiò Erica.”
“Hai mandato tu quelle due jene vero?”
Quali jene?
“Ti sei vendicata di noi, ti ho riconosciuta sai? Sapevo che ti saresti vendicata dal primo giorno, ho riconosciuto la tua voce, ho riconosciuto la tua faccia.”
Erica fece muovere indietro l’armatura.
“Te ne vai? Eh? Come, sei arrivata qua per salvare quelli innocenti, quelli che non c’entravano con noi e non vuoi vedere il resto? Sono vivo sì, perché i tuoi amici pensavano che fossi morto come gli altri. Ci hanno drogato, ci hanno ucciso uno ad uno.”
Che stava dicendo.
“Già, hai salvato i tuoi amichetti prima e brava. Sapevo che prima o poi avresti mandato qualche ex soldato o qualche mercenario a farci fuori.”
Michelle e l’altro, come si chiamava, Aldo. Parlava di loro, ma Aldo era legato e poi i bambini non erano spaventati, anzi… Le si gelò il sangue, erano fin troppo calmi vista la situazione.
Abbandonò lì René e si mosse per tornare al tetto. Mancavano pochi secondi all’arrivo dell’aereo-scopa, i sensori dell’armatura già lo rilevavano; Scarafaggi, li vedeva arrivare, guidati dal sangue. Erano riusciti ad entrare e ora seguivano l’odore del sangue.
René gridò, come i primi lo raggiunsero, ma presto sarebbero arrivati all’armatura sporca di sangue. Poco male non l’avrebbero certo aggredita là dentro.
Erica arrivò sul tetto. Il sangue ,il suo, stava diventando freddo; lo sentiva appiccicoso sulla coscia sinistra, appiccicoso e freddo. L’aereo era giunto, si librava a pochi metri dal punto di raccolta dove Michelle e i bambini aspettavano. Venne calata una scala metallica pieghevole, che si dispiegò sino ai superstiti.
Avevano compiuto la sua vendetta, ma perché? L’armatura poteva muoversi senza l’intervento di Erica, ma doveva rimanere sveglia, se andava in shock o peggio sveniva, sarebbero stati guai.
L’aereo nel frattempo aveva caricato tutti quanti, attendeva solo Erica. Erica avrebbe dovuto abbandonare l’armatura lì e con essa le registrazioni video e audio. Se non l’abbandonava però doveva scendere dal tetto e tornare al container, col rischio di non fare in tempo. E l’aereo non avrebbe atteso oltre. La perturbazione e soprattutto il carburante, non sarebbe più bastato. Tenere la posizione di stazionamento a mezz’aria consumava venti volte di più del normale.
Non c’era scelta, di nuovo aprì la corazza e scese a terra, camminando il più in fretta possibile verso la scala ancora dispiegata davanti a lei. Una volta a bordo si sedette tra le panche nella stiva. Mentre la scala veniva ritirata e il portello richiuso, sul tetto sciamarono le prime centinaia di scarafaggi.
“Appena in tempo. Ma che ti è successo?”
Michelle la guardava intensamente. Erica aveva la tuta coperta di sangue, la garza era inzuppata.
“Uno degli ultimi superstiti mi ha ferita.”
L’altra non tradì nessuna emozione, anche se Erica vide le narici dilatarsi per un istante.
Nel frattempo era arrivato uno degli uomini dell’equipaggio dell’aereo.
“Tutto a posto, siete salvi. Ora recuperiamo il container e siamo a posto.”
Già tutto a posto. L’uomo si accorse di Erica.
“A bordo c’è un paramedico, appena saremo in volo librato scenderà giù. Cerca di resistere.”
Erica tirò su il pollice.
Una volta che l’uomo dell’equipaggio fu distante, Michelle osservò di nuovo Erica. Fu uno sguardo intenso.
“L’hai riaperta tu la porta vero? Intendo quella dell’aeroporto.” Erica parlava a fatica e sentiva bollicine al sapore di sangue salirle sulla lingua. “Sarò fuori allenamento,…” Riprese a dire “…ma certi errori non li faccio.”
“A che pro? Avrei rischiato di far morire tutti i passeggeri, compreso me.”
“Forse hai proprio ragione.”
Le due donne stavano decidendo le prossime mosse. I bambini intanto sonnecchiavano seduti e ben legati nei loro posti. Sarebbero stati i minuti più difficili del viaggio, anche più di tutta la missione di recupero. Tra un po’ ci sarebbe stato anche il complice, sì, davvero un bel viaggio di ritorno.

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