Recensione all’apparenza tagliente – tuttavia valida e bene articolata

Su “Del Ragno il Veleno” un commento anzi una recensione molto ben argomentata. Indubbiamente utile.


Ciao Gianni,
come promesso ho iniziato a leggere il tuo romanzo, ma purtroppo non mi ha appassionato abbastanza da farmi andare oltre il primo capitolo. Cercherò di spiegarti le cause, perché preferisco almeno essere d’aiuto, invece che dare via “a gratis” un rifiuto secco come farebbe invece un qualsiasi lettore in libreria.
La causa è tutto sommato una: ho trovato lo stile approssimativo – un acerrimo nemico della scrittura, soprattutto nelle prime cinque pagine. Mi spiego meglio:
“Ci vuole una tecnologia grandissima” : la tecnologia può essere avanzata, per esempio, ma “grande” mi è sembrato davvero strano quando l’ho letto, perché è un termine generico applicato in quella che dovrebbe essere una frase storica, che catalizza l’attenzione del lettore – sarebbe stato necessario un termine più preciso, più contestuale.
“Sulla trentina”: stesso discorso. Meglio, forse “allo scadere dei trent’anni”, oppure “a trentadue anni”, o magari toglierlo se l’informazione non è necessaria. Un termine vago all’inizio dell’incipit uccide l’attenzione del lettore. Lo so che concettualmente “sulla trentina”, “allo scadere dei trent’anni” e “a trentadue anni” vogliono dire pressappoco la stessa cosa, ma quel pressappoco è importante.
una certa quantità di droghe” – quanti chili? “Era da un po’ che non lo vedeva” – da un po’ quanto? “Gli ultimi tempi magari aveva tirato la corda un pochetto di più, era sparito qualche euretto da conti cifrati e in una consegna aveva perso buona parte del carico” – un pochetto quanto? quanti euro? quanto del carico? Eccetera eccetera. Insomma, non voglio riscriverti il capitolo, la ritengo una cosa proprio da buzzurri – il romanzo è tuo e non ho intenzione di appropriarmene. Però, ogni volta che è possibile rispondere a domande del genere, secondo me è meglio indicare una quantità precisa – la realtà che stai descrivendo sarà molto più vivida, perchè attraverso un lessico specifico dai ai lettori la possibilità di vivere con le loro sensazioni ciò che stai descrivendo.
Lo stesso pericolo lo danno le frasi fatte: “un bel gruzzolo”, “chi s’è visto s’è visto”. Non credo che insegnino a eliminare le frasi fatte nei corsi di scrittura di best seller. Ho aperto un thriller di JK Rowling un anno fa, e c’era una bella frase fatta già nel primo capitolo, la “folla di curiosi”. Però, il mio consiglio è di uccidere queste frasi come gli scarafaggi (con tutto il rispetto per gli scarafaggi, poveri). Appannano la scrittura quanto la vaghezza del lessico. E’ come se lo scrittore volesse dire “non ho voglia di descrivere la scena per bene ma in fondo dai, ci siamo capiti“.
Ultima cosa, ho notato un certo numero di espressioni che vanno bene nel parlato, nel dialogo di un film per esempio, ma nello scritto sono micidiali: “preparava diciamo una pensione”, “qualche, come dire amico”, “poi mi serviranno un dieci no fai quindicimila euro subito”. Queste sono premure che il parlante usa per velare il significato delle proprie parole. Nel parlato, è una forma di cortesia, di diplomazia. Ma nello scritto hanno lo stesso effetto del lessico vago e dei luoghi comuni. Più che scrivere con la diplomazia di quando il personaggio parla, sarebbe meglio scrivere con la vividezza, anche la brutalità se vogliamo, di quando il personaggio pensa, da solo dentro sè stesso – e questo, nei limiti del plausibile, è meglio allargarlo anche ai dialoghi, per il bene del romanzo. A meno che tu non voglia descrivere un personaggio grottesco, forse è meglio un’omissione a un complicato giro di parole.
Non posso dire nulla sui personaggi e sullo svolgimento della trama, che magari sono bellissimi, perché non sono arrivata a capirli – ma il problema è che se il tuo romanzo incontra lettori come me, nemmeno loro potrebbero arrivarci mai. Per il resto, ti prego di prendere questa mail solo come un punto di vista fra tanti, né più né meno importante degli altri – quindi prendilo in considerazione solo se pensi che ti sia utile a qualcosa, e ignoralo se pensi che abbia detto un sacco di fregnacce.
A presto 🙂

F.L.


Critiche e considerazioni che verranno senza dubbio valutate. Grazie ancora.

Come sempre rimando a questa pagina sulla [vanità]

Rapida recensione – notturna

Altra email all’autore, stavolta su Emma la strega, orrore a lago maggiore .

…La paratassi, per quanto “intricata”, non solo non mi provoca sconvolgimenti ma possiede un proprio valore terapeutico tenendomi sveglio nel mio insistente peregrinare notturno. Diverso il discorso sugli abusi di polisindeti e asindeti, verso i quali, come noto, da anni mi batto per norme specifiche e punizioni esemplari….

F.

Se ne arrivano altre su questo tenore e livello tecnico l’autore dovrà raccoglierle in un volumetto… (chissà che non sia più divertente dei racconti stessi).

Recensione semi – seria ma concreta!

Qui di seguito l’apprezzatissima recensione fatta al racconto Del Ragno il Veleno da parte di un lettore. La pubblico così come è pervenuta all’autore.

Se la recensione fosse seria, dovrebbe prevedere l’analisi sia dei contenuti che della forma; ma siccome non lo è, sulla prima questione non mi pronuncerò: ho visto e letto troppo per non cogliere in quasi ogni storia che mi viene proposta (e quindi anche nella tua) riferimenti ad altri racconti, ad altri film, ad altri fumetti. Come ben sai, tutto è già stato scritto in un altro modo, con parole diverse e quasi sicuramente migliori. Il punto non è quindi se mi sia piaciuta o meno la storia, ma se la storia stessa potesse essere scritta meglio.

Ecco quindi alcuni punti formali sui quali, secondo me, dovresti lavorare:

  • La paratassi carpiata. La forma di costruzione del periodo che hai prediletto in questo racconto è ovviamente la paratassi, che, pur essendo in generale più semplice da gestire della sua amica ipotassi, presenta alcune insidie. Le frasi coordinate dentro un periodo dovrebbero essere correlate in modo piuttosto stretto, e quasi mai, se si usano le virgole per separarle, il soggetto dovrebbe cambiare repentinamente. Se invece lo si fa, si ottiene un effetto straniante che da un lato incalza il lettore con una sequenza di coordinate (come un flusso di coscienza), ma dall’altro lo costringe a riavvolgere mentalmente il periodo per cercare dei collegamenti che spesso non ci sono. Per concludere, segni di interpunzione come il punto e virgola, i due punti e il punto fermo esistono in natura, e sono tuoi amici: usali sennò la prosa si ingarbuglia.
  • Sui dialoghi c’è una regola non scritta, dal cuneiforme in poi: quando cambia l’oratore, si va a capo. Mettere nello stesso capoverso frasi pronunciate da personaggi diversi, non intervallate da periodi “di transizione”, ti lascia sempre un dubbio nella testa: chi minchia sta parlando?
  • Termini fuori tempo massimo: a mo’ di lo poteva forse scrivere Manzoni, mentre in fine e a posta lo diceva messer Boccaccio mentre tirava il calzino in quel di Certaldo.
  • Nell’ultimo capitolo, dopo un paio di pagine ci si riferisce alla direttrice del carcere come a “Valentina” senza che nessuno l’abbia introdotta in precedenza. Il suo nome appare così, di schianto, poche righe prima che Donata se lo ricordi.

Ok, la critica è finita e proprio non so se mi toglierai il saluto

Marcello.