Trea


Trea

Il sole sorgeva dietro le catene montuose a est, là da dove provenivano le orde di orchi mandate a intercettare le carovane degli elfi. Mano a mano che la luce si faceva strada tra le vette e i boschi, si dissipavano le ombre da dove, gli esseri dell’oscurità, tramavano contro gli elfi.
Trea non riusciva a stare ferma, impaziente come suo solito, scrutava le cime degli alberi dall’altura su cui si era arrampicata durante la notte. Il suo gruppo, composto da nove guerrieri, pattugliava le retrovie, così da scongiurare un attacco alle spalle.
Trea era la figlia minore di Elamo, uno dei primi elfi giunti in quelle terre, l’ultima discendente diretta di coloro che erano partiti da Elimesai, la regione oltre il mare, patria di tutta la stirpe.
Alta come tutti i membri della sua famiglia, con i capelli di un biondo pallido lunghi sino alla schiena, gli occhi grandi e allungati, metteva soggezione. Più di una volta la sua sola presenza aveva messo in fuga i nemici, il sibilo delle sue spade sottili e letali, gelava il sangue.
Il suo abito cangiante, appena drappeggiato sulla pelle eterea, prendeva luce e colori da ciò che la circondava, rendendola un fantasma tra le fronde. I suoi calzari morbidi, uniti al suo passo leggero, non lasciavano tracce né producevano rumore, tra gli orchi era nota da tempo come il fantasma.
Più volte suo fratello Otine, temendo per la vita della sorella, aveva suggerito a Trea di indossare perlomeno un’armatura di cuoio e un elmo, ma Trea, preferendo la velocità e la silenziosità, si limitava ai pochi veli magici, avuti in dono dalla madre.
Adesso, alla guida di un manipolo di guerrieri, e non più a capo della guardia generale, svolgeva il compito di retroguardia, la sua punizione.
Quando il consiglio elfico aveva deciso di abbandonare quelle terre, Trea aveva mosso pesanti critiche. La sua collera, l’aveva spinta fino al punto di minacciare di restare con chi voleva rimanere e combattere, lei li avrebbe capeggiati.
Ricondotta da Otine a miglior consiglio, aveva evitato la condanna all’esilio e alla perdita di ogni titolo.

Ripensando al giorno del suo giudizio, Trea sospirò. Il suo sguardo color ghiaccio, si posò su una radura in lontananza, a nord, a oltre un giorno di marcia da lì. Alcuni avvoltoi volavano in cerchio, e qualcosa brillava illuminato dal nuovo giorno.
Secondo i calcoli dell’elfa, quella poteva essere la direzione intrapresa dall’avanguardia. Conoscendo Ty, non si era salvato nessuno tra i nemici. Trea non amava Ty, sin dal primo incontro, avvenuto un secolo prima. Entrambe ambiziose, entrambe abili cacciatrici, entrambe caparbie, sembravano due facce della stessa medaglia.
-“E brava Ty, e brava Ty”- mormorò tra i denti.
Intorno non pareva vi fossero nemici, tuttavia meglio controllare.
Con la stessa grazia di una pantera, Trea scese giù dal crinale, tornando a valle, dove i suoi si erano radunati.
-“Occorre percorrere il bosco a spirale, prima verso est, poi nord, poi ovest e di nuovo sud ed est, considerando il centro il piccolo fiume a mezza giornata da qua. Mi muoverò in silenzio a cinquecento passi da voi, come sempre”-.
Non ci furono repliche, si trattava di uno schema collaudato, e comunque nessuno dei nove guerrieri, per quanto esperti, poteva competere con Trea nel bosco.
-“Lascerò il mio segno ogni cento passi. Ci vediamo quando il sole sarà allo zenit”- disse con voce calma e profonda, prima di inoltrarsi nel folto.