Tramonto


TRAMONTO

Centosettantaquattresimo giorno di prigionia, scrivo solo ora, dopo che il mio stramaledetto carceriere me lo ha ripetutamente impedito.
Eppure mi ero illusa in un allentamento della ritorsione dopo il mio ultimo tentativo di fuga, nel momento in cui oggi ho potuto sentire il gusto del cibo.
Non avevo più mangiato così dai primi tempi, quando il vigliacco ancora mi consentiva di uscire a camminare.
Alla prima cucchiaiata ho avvertito il desiderio di mordere:  una inaspettata voglia di mangiare che non mi sono lasciata scappare.
È stato estremamente soddisfacente dopo tutto questo tempo poter decidere di fare qualcosa assecondando un semplice impulso.
Quando perdi la libertà nulla rimane scontato. Nemmeno il breve sonno nel quale sono caduta dopo aver divorato tutto ciò che ho potuto.
Ora però mi domando cosa abbia indotto il vigliacco a lasciarmi cogliere questi attimi e temo che intenda colpirmi.
Sono tanto stanca di sentirmi una preda, di sentirmi totalmente vulnerabile, di annientare la mia forza a furia di difendermi.
Con le dita sfioro la cicatrice, nella scrittura braille che mi sono inventata ho deciso di leggerci la parola alive, lo faccio dal giorno in cui ho ringraziato per quei punti che rimettevano insieme la mia vita oltre che la mia pelle.
Ma ormai la sfida si è spostata sul piano psicologico: il mio corpo è quasi del tutto atrofizzato, ma la mente no.
Lui lo sa bene ed ha affinato la sua perfidia.
Ogni volta che ho provato a fuggire mi ha ricatturata e rinchiusa in una condizione peggiore rispetto alla precedente. Esattamente come un cappio, lasciandomi però il respiro per dar modo alla sofferenza di manifestarsi in tutto il suo devastante repertorio.
Oggi stavo vincendo io finché non è tornato: lo sento talmente da poter vedere il rosso acceso del suo fuoco come un tramonto di novembre che incendia il cielo.
Ho capito: è arrivato il momento della notte.
È arrivato il momento in cui quel vigliacco carcinoma inghiottirà la mia luce.

Racconto di Keep Calm & Drink Coffee

36 pensieri riguardo “Tramonto

  1. Sempre in lotta per non mollare mai e darla vinta al male, seppur nel contesto tragico ma sempre attuale purtroppo. La similitudine poi del male con un tramonto infuocato rende perfettamente l’idea dell’intensità del dolore….
    Bellissimo racconto, complimenti davvero, l’ho trovato coinvolgente e emozionante!

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  2. Avverbi e sottolineature tipo “stramaledetto”, pur comprensibili da un punto di vista emotivo, fanno arretrare fin dall’inizio, causando un allontanamento. Nel senso che trasmettono una forza eccessiva. Anche prima di capire che ci si stava riferendo a una malattia, mi sembrava troppo forte. Molto riuscito il passaggio, originale, del braille sulla pelle, questo sì, mi ha trasmesso moltissimo la sofferenza senza farmi allontanare. Una cicatrice che parla, che si può leggere. In questo passaggio per me è racchiuso il nucleo del racconto. Più della prigionia, a me pare che sia la ferita il nucleo del dolore. Forse perché ne è la parte visibile. Nonostante questo accenno mi abbia fatto capire che si trattava di prigionia da malattia, ho trovato spiazzante usare la parola carcinoma alla fine. Nel senso che per tutto il racconto si è usata la metafora e si è lasciato che il lettore scambiasse una cosa per l’altra, gioco peraltro riuscito. Questa parola finale, però, è come un sasso in faccia, perché esce dal gioco di rimandi e sottintesi che si era creato fin dall’inizio. E’ troppo forte la parte emotiva della voce narrante. Ripeto, comprensibile, ma toglie spazio alle emozioni di chi legge. Ma è, ovvio, solo una mia idea.

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    1. Grazia ti ringrazio moltissimo.
      In effetti hai colto nel segno la mia fatica a contenere, o forse meglio dire che hai colto nel segno: la mia fatica è contenere.
      Sicuramente è uno sbaglio togliere spazio alle emozioni di chi legge, allontanandolo.
      Mi terrò sicuramente come preziosa questa tua sensazione che a tutti gli effetti è un consiglio davvero importante.

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  3. Anche se suonerà un po’ stupido voglio essere sincera..
    Quando hai cominciato il racconto con “Centosettantaquattresimo giorno di prigionia” e facendo riferimento al carceriere la mia mente è andata ai meme sui gatti. A quella battuta del diario immaginario scritto da un gatto casalingo, che apparentemente sta bene in casa ma sotto sotto trama contro l’umano e la considera una prigionia imposta.
    Nella mia supponenza di aver capito che ci sarebbe stato un risvolto comico (anche perché sono abituata ai racconti brevi che hanno spesso questa vena, del proprietario di questo blog :D), sono andata avanti leggendo con questa intenzione, pur chiedendomi se stavo facendo la cosa giusta.
    Quando poi verso metà ho capito di essere fuori strada, immagino come tanti lettori di aver pensato a una donna abusata, intrappolata da un maniaco…
    All’ultimo periodo e poi alla frase finale è stato talmente traumatico l’impatto, che ci sono davvero rimasta pietrificata… mi sono commossa e data della stupida allo stesso tempo per aver appunto pensato una cosa così stupida di fronte a una sofferenza così grande.
    Però forse è anche per questa antitesi tra quello che pensavo e quello che realmente era che la rivelazione finale ha avuto così tanto impatto da farmi venire le lacrime!

    Ovviamente poi l’ho riletto con un’altra consapevolezza. Molto bello anche se l’argomento è duro da affrontare purtroppo, e tu lo hai descritto benissimo. Spero non per esperienza diretta ovviamente.
    Un abbraccio virtuale in ogni caso per la sensibilità che hai dimostrato!

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    1. Martina! Innanzitutto mi prendo il tuo abbraccio e lo contraccambio di cuore.
      Le lacrime vengono anche a me per il tuo commento: trovo fantastico che tu abbia pensato ai gatti dato che li adoro (pensa che quando ancora esistevano le lettere scritte a mano spesso sotto alla firma disegnavo una impronta). In un certo senso è come se tu abbia percepito comunque qualcosa di me.
      GRAZIE ❤

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  4. ho letto il tuo racconto e poi ho letto i commenti… ora sono senza parole. Anch’io all’inizio non sapevo che pensare, poi però è diventato tutto chiaro ed è stato come un pugno nello stomaco. Ti abbraccio forte Claudia e ti dico anche che scrivi benissimo, con quella scorrevolezza e quella genialità che è raro trovare in giro. Un tema davvero duro da trattare, ci vuol e forza e determinazione..ma tu sei davvro in gamba e ce la fai a testa alta. ❤

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