Influenze nipponiche

sol_levante_9Sebbene nella nostra parte di mondo si sia più spesso influenzati dai prodotti anglosassoni e in particolare da quelli di provenienza USA, chiedo, a chi di voi si cimenta nello scrivere, quanto e quando ciò che di nipponico (o orientale in genere) avete visto e/o letto, vi ha influenzato e/o influenza anche ora.

Del resto è dal finire degli anni ’70 che viviamo immersi negli Anime e Manga provenienti dal Sol Levante, da decine di anni leggiamo libri di pregievoli autori giapponesi, molti film orientali si sono dimostrati di qualità, e quindi qualche traccia di questo patrimonio deve pure essere filtrata. O no?

37 pensieri riguardo “Influenze nipponiche

    1. Lovecraft resta uno dei miti definitivi, e uso la parola miti proprio perché è Lovecraft. Riguardo il giappone, ammetto che ha un suo fascino incredibile, e ci vorrebbero pagine e pagine, per fare affiorare tutto ciò che ho assorbito in questi anni.

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  1. Rispondendo direttamente alla domanda che poni in chiusura, ti dico subito «No e quando capita, avviene poco e quel poco molto male»

    Mi reputo da anni un amante della cultura popolare giapponese, in modo particolare fumettistica e cinematografica (sia live action, sia animata) e questo mi ha spinto ad interessarmi anche a quella cinese e da lì a quella coreana: pur non essendo mai diventato un esperto (ce ne sono in giro, pochi di veramente tali, ma ce ne sono), ho acquisito con il tempo soltanto una sempre maggiore consapevolezza, in primo luogo della vastità di quel mondo intellettuale, tale da sembrare la piramide rovesciata della nostra cultura occidentale, quasi una dimensione paralella ma diversa.

    Di tale infinita varietà, di tutta quella moltitudine di lingue, di sfumature poetiche, di cosmogonie religiose, di differente concezione della sessualità e della violenza, di tutto questo ingombrante e soffocante “tanto”, ebbene ti dico, Gianni, che davvero pochissimo è arrivato indenne nella cultura europea e nordamericana, poichè solo in ambienti ristrettissimi (quasi di conoscenza esoterica) l’Oriente è sul serio qualcosa di più di un’esperienza esotica o un divertissement culturale.

    L’impatto più forte con la nostra cultura guovanile avvenne a metà degli anni ’70, quando l’animazione giapponese (nata in sordina nel dopo-guerra, quasi ad imitazione di quella statunitense e progressivamente evolutasi fino a divenire medium culurale dell’intera società del sol levante, con una dignità regina sia di tecnica che di contenuti), quando le nostre televisioni subirono il vero e proprio attacco in forze dei cartoni animati con protagonisti robot, sportivi incredibili e storie melodrammatiche, ma subito ogni elemento anche solo aparentemente disturbante (perché diverso) venne dissinnescato, con sigle ricomposte e ricantate, personaggi censurati, nomi modificati, orientamenti sessuali non conformi azzerrati ed infine la violenza ritenuta eccessiva subito sopita: ciò che rendeva caratteristico ed originale quella cultura fu sezionato via ed al suo posto fu diffusa una versione usum delfini; solo dopo decenni, quando una certa intellighenzia culturale cercò di ricomporre il quadro, ristampando ciò che andava letto da destra verso sinistra, restituendo integrità ai testi ed ai personaggi, solo allora si cominciò ad intravedere, dietro la nebbia dell’offuscamento editoriale, la verità, ma era tardi, perché il mondo era andato avanti e così l’industria culturale dell’intrattimento si era già fatta scempio di ciò che di cui aveva bisogno.

    E’ per questo che non possiamo certo affermare che Kimba di Tezuka abbia influenzato il modo di scrivere o disegnare The Lion King, ma come piuttosto la Disney abbia depredato il Giappone, così come ha fatto con le creature di Princess Mononoke per realizzare uno degli episodi di Fantasia 2000: persino i gusti del pubblico si sono specializzati, tanto che tutti i tentavi di sceneggiatori e disegnatori di fumetti statunitensi ed europei che in qualche modo si rifacevano allo stile nipponico sono falliti miseramente (dal modo di disegnare gli occhi, alle linee cinetiche, alle tante tavole senza dialogo e di pura azione) e questo malgrado le vendite dei manga aumentassero ogni anno di più nei nostro paesi, ma si cercava l’originale e non l’imitazione, con la creazione di un pubblico che affiancò la consapevolezza di un orgoglio otaku a quello presistente solo nerd e geek.

    Ovviamente ai livelli più elevati e non popolari, tra gli artisti più sopraffini dei due mondi, la contaminazione è avvenuta e come sempre in questi casi, laddove non si tratti di imperialismo culturale ma del suo opposto, lo scambio fu reciproco: così i comics di Frank Miller (da indipendente non Mrvel o DC) erando intrisi di cultura manga (vedi Elektra Lives Again) ed al contempo autori come Jiro Taniguchi creavano i loro capolavori imbevendo il loro stile del meglio delle produzioni europee.

    Ma anche questo era nulla in confronto a quanto accade successivamente, quando Hollywood copiò lo stile dei Wachowski, che si erano a loro volta ispirati nelle scene d’azione ai maestri di Hong Kong e nei dialoghi alla filosofia zen, creando nuovi cliché nei combattimenti e negli stunt-man, imponendo nuovi personaggi nei procedural televisivi, senza sapere che da lì a poco sarebbe accaduto l’inimmaginabile ed ossia che l’impero che tutto fagocitava stava a sua volta per essere mangiato.

    Si, perché ciò che stiamo assitendo negli ultimi anni, caro Gianni, per ora solo a livello cinematografico (in modo evidente) e  televisivo (molto più occultamente) è l’acquisizione di molte produzioni europee e statunitensi da parte di network cinesi e questo sta ovviamente influenzando le produzioni e persino le decisioni creative sui farnchise: basta soffernmarsi a guardare i titoli di testa di quasi tutti i film americani usciti nell’ultimo lustro e notare che dopo i vari loghi dei produttori statunitensi arriva immancabilmente quello di un produttore cinese o coreano.

    Non è un caso, quindi che serie cinematografiche dichiarate concluse inzialmente perché il secondo capitolo non aveva prodotto sufficiente incasso negli USA, vengano di colpo riportate in auge grazie al botteghino dei paesi orientali, che a questo punto ne decide il futuro: emblematico il caso dei tre Now You See Me, creati da Ed Solomon, Boaz Yakin e Edward Ricourt con il primo film di successo planetario diretto da Louis Leterrier e la vicenda ambientata interamente negli States ed un sequel (di scarso successo negli USA ma fortissimo in Cina) affidato al regista Jon M. Chu ed ambientato in parte ad Hong Kong, così come non è casuale che il momento di climax dello scontro tra il Doctor Strange cinematografico dell’americanissimo universo Marvel si svolga ad Hong Kong e potrei continuare ancora, con esperimenti di fusione di stili, come la produzione mista cinese e statunitense di The Great Wall, diretto da Zhang Yimou, ma scenggiato dagli americani Max Brooks, Edward Zwick, Marshall Herskovitz, Carlo Bernard, Doug Miro e Tony Gilroy (si, ci si sono messi in sei!), dove alla fine gli eroi occidentali salvano il mondo insieme agli eroi cinesi…

    Insomma, ciò che la mia logorrea non mi ha fatto sintetizzare è che nella stragrande maggioranza della produzione cinematografica statunitense ed europea, così come in quella letteraria e fumettistica, praticamente nulla del vero stile cinese, coreano e nipponico ha avuto accesso: ognuno è andato avanti per la sua strada, con frequenti remake l’uno dell’altro, ma sempre realizzati con stili diversi e quasi antitetici, come l’ultimissima produzione di genere hospital drama statunitense, in programmazione sulla Rai, The Good Doctor, che non ha nulla della sintassi e della grammatica televisiva della serie coreana da cui è tratta; per tacere del mondo dei gialli (praticamente da noi dominati o dalle scartoffie di provincia italiche e francesi o dal freddo glaciale dei finnici o dal revival del hard-boiled statunitensi), del fantasy (più influenzato anche da noi dai vagheggiamenti romantici degli young adult statunitensi che non dall’alterità dei demoni orientali) o della sci-fi.

    Amcio mio, sembra quasi che a parole tutti gli autori siano influenzati dai manga e dagli anime ma se guardi le classifiche di vendita dei libri e dei fumetti, sia americani, sia europei, sia italiani, quello che appare è un telo impermeabile tra i due modi di fare arte.

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    1. Il giorno che tu scriverai un libro, oppure che riverseranno su di un computer il tuo pensiero e le tue conoscenze, be’, a quel punto avranno creato Kenzo Kabuto, per restare in tema. Io vedo anche un ripercorrere, da parte dei network americani, di temi già sviscerati negli anni ’90 dai nipponici (comunque scaturiti dai maestri della fantascienza Usa degli anni 50,60 e 70) e reinterpretati ancora.

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      1. La citazione da Mazinga m’inorgoglisce grande Gianni, ma soprattutto mi rimanda a quel sorriso gentile che si nasconde dietro ad ogni tua elucubrazione e comunque mi sopravvaluti, amico mio.

        P.S.: Affascinantissima la tua osservazione sulla rimasticazione odierna dei network televisivi nordamericani di argomenti sviluppati dalla sci-fi novellizzata dagli scrittori americani del dopoguerra e ripresa in parte dai giapponesi… Sei sempre un maestro.

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      2. Vale anche per te il “troppo buono con me” e, fossi più serio di quanto sono, dovrei e vorrei trovare i vari collegamenti. Person of interest, per esempio, è un continuo citare (o così lo vedo io) Shirow Masamune… e lui pure cita nanomacchine, cyberspazio, utopie, che sono concetti Usa anni d’oro della sci-fi E potrei andare avanti con altri casi che il tempo o mi impedisce di citare sigh

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    2. …e come sempre questo tuo commento sarebbe esso stesso da farne un post e un giorno, se lo vorrai, sarebbe anche da farne una raccolta, qualcosa tipo “i commenti del Kasabake” oppure “guida interdisciplinare per patiti dell’intrattenimento”. E non scherzo

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      1. In uno dei miei futuri post a cui sto lavorando (preferisco sempre averne 4 o 5 aperti su cui scrivo in contemporanea, in base al tempo ed all’evolversi delle situazioni), cito di striscio un contestato pamphlet di Celine e rileggendolo mi sono reso conto di come io per lo più ami usare citazioni understatement per esprimere concetti che normalmente hanno testimonial di maggiore autorevolezza, ma poi, indagando in me stesso, scopro che non si tratta di vezzo o civetteria, ma di amore per un ricordo ovvero di un riconoscimento che io stesso faccio ad una scoperta mia che pongo innanzi allo studio… Così adesso, di fronte alla tua affermazione, ti rispondo che giammai farei una simile “collazione” (tu sai non essere un refuso), perché la vita va avanti e qui non cito Dante (dalla prima cantica del suo celebre poema) o Mussolini (dal suo discorso di Genova del 1938) e nemmeno Totò (dal titolo del film di Sergio Corbucci del 1960), ma il capolavoro indiscusso dello sceneggiatore Guido Martina L’Inferno di Topolino del 1949, pubblicato a puntate su Topolino libretto a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 e dove appunto in una tavola dedicato al XV canto, magnificamente illustrata da Angelo Bioletto, appare a Topolino/Dante il suo vecchio maestro di scuola, che gli indica una stele di pietra posta a terra, in cui è incisa la famosa frase «CHI SI FERMA È PERDUTO, MILLE ANNI OGNI MINUTO»

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      2. Troppo avanti*… non ricordo se quel Topolino era già Mondadori o Nerbini, ma a ogni modo lo ritroverò.
        Non ho mai pensato che il tuo sia puro sfoggio o civetteria. Quando uno le sa le cose, le scrive, punto e basta.

        *non si è mai troppo avanti.

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      3. Ovviamente io non l’ho letta la storia nell’edizione della Topolino Libretto Mondadori dove fu pubblicato in origine (magari lo avessi un trsi di albi così!!! I primi 100 numeri valgono un patrimonio, anche tenuti male!), ma in una delle moltissime ristampe (ce ne sono di recenti davvero splendide e molto più rispettose delle tavole originali… Che si fottano i collezionisti! Viva l’arte!), ma sono abbastanza interessanti ai fini di studio anche i 3 pdf rilasciati dal sito Paperpedia, al cui link troverai i collegamenti per scaricarti le tre parti. Bye.

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    3. Riguardo all’assenza di elementi di ispirazione manga nel fumetto occidentale (con l’eccezione di timidi esperimenti ed elementi superficiali) bisogna dire che gli editori occidentali sembravano aver deciso a priori che non si potesse fare, soprattutto in Italia: le rare volte che qualcosa è stato fatto, è avvenuto a prezzi decisamente più alti (presumo con tirature ridicole, della serie “manco ci credo”) o in ambiti talvolta marginali e con bassa qualità – per esempio, con scimmiottamenti elementi superficiali, tipo occhioni sbriluccicosi e acconciature innaturali. O, nel caso di certe robe su Nathan Never e derivati, con derivazioni da Sailor Moon, esternazioni di yatta etc.
      In Italia, alcuni tra gli stessi kappa boys, ai tempi in Star Comics, suggerivano agli aspiranti disegnatori italiani di non sviluppare uno stile di ispirazione manga, se volevano sperare di lavorare in Italia. Se ricordo bene.
      Probabilmente è successo qualcosa di simile anche in altri paesi europei, ma dovrei indagare maggiormente su certe frasi lette qua e là.

      Solo in tempi recenti si sta provando a produrre qualcosa di ispirazione manga in modo più serio – per esempio, l’editore Manga Senpai sta pubblicando fumetti europei di ispirazione nipponica e c’è anche roba niente male, soprattutto a livello grafico.

      Riguardo ai remake di altre nazioni, è qualcosa che viene fatto anche in asia, sebbene non in modo sistematico come fanno gli statunitensi con tutto ciò che abbia successo e richieda attori in carne e ossa… per fare un esempio famoso, il manga Hanayori Dango è stato adattato in diversi telefilm non solo in Giappone, ma anche in Corea.

      Credo sia normale una certa resistenza al cambiamento di paradigma, che sia per questioni di rischio economico o di campanilismo. Non è bello, ma succede in tutto il mondo e bisogna farci i conti.

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      1. MI hai fornito diversi spunti e diversi campi da approcciare e che conoscevo poco. Io ero rimasto a Rigel di Elena De’ Grimani… pensa so’ passati 15 anni..
        Approfondirò senz’altro. (Ok, promessa da mercante) 🙂 ci proverò perlomeno
        Certo e non solo remake, ma proprio di approcciare, specie alla fantascienza, con stili e basi di pensiero similari.
        Anche il tuo commento, meriterebbe un post a parte! Grazie davvero.

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      2. Anzitutto scusami moltissimo della lentezza con cui rispondo al tuo cortese e succoso commento, esimio Conte! Purtroppo spesso la mia lentezza (accompagnata inoltre da una certa logorrea) mi rende animale atipico nel mondo social, ma i pochi amici che mi sono costruito negli anni mi conoscono e mi sopportano, in un recicproco scambio di “miserie” (come direbbe Don Camillo agli scherani di Peppone!).

        Anche se mi piace leggere, non sono così preparato come la mia formazione scolastica universitaria dovrebbe garantire e spesso mi astengo dall’intervenire a gamba tesa quando si parla di letteratura tradizionale, ma quando si tocca il fumetto (si, okay, anche cinema e tv!), oltre ad una frequentazione costante ancora oggi, mi si risvegliano anche i ricordi e l’orgoglio da ex-gestore di fumetteria ed è proprio in tale veste che condivido in pieno tutto quanto hai scritto, persino gli inciso! Feci a suo tempo molte accese discussioni proprio con Massimiliano De Giovanni nel periodo in cui eravamo oltretutto soci (assieme agli tre Kappa Boys ed al mio socio nella fumetteria di Bologna) della Jet Leg Srl (ditta con la quale ci occupavamo dell’importazione di materiale gadgettistico dal Giappone per soli otaku) e ti confermo in prima persona quanto hai scritto ed ovvero che loro stessi, sia quando erano semplici editor per la Star, sia quando divennero editori a tutto tondo, pur continuando a tradurre ed adattare manga giapponesi originali, cercavano di stimolare la nascita di una vera e propria scuderia di giovani artisti italiani che però dovevano avere come tratto distintivo uno stile narrativo assolutamente autonomo e rifiutassero la facile (ma antieconomica) strada del plagio da patetica fan-art degli appassionati di manga…

        Insomma, copiare gli occhioni alla Tezuka (un topos ed uno stile riservato oramai da decenni solo agli shōjo o alle versioni hentai degli stessi) ed altri cliché, appartenenti a specifici settori del vastissimo mondo manga, era squallido e solo un editore cretino avrebbe potuto allora pensare che scopiazzare fosse una strada produttiva…

        Verissimo che persino gli esperimenti alla Bonelli (oltretutto promossi da un nerd con animo da otaku come Antonio Serra) fallirono miseramente come hai detto anche tu e giustamente, aggiungo io: il fumetto italiano contemporaneo ha sempre avuto come fonte d’ispirazione solo quello francese, quello del sudamerica ed ovviamente quello statunitense ed ha ovviamene tutto questo ha un senso, perché un’espressione artistica, sia popolare che elitaria, è espressione del popolo che la esprime, tuttavia…

        Tuttavia, dopo che passò la prima straordinaria ubriacatura (in cui plotoni di aspiranti disegnatrici si presentavano trafelate a fare la fila sotto i portici di Via San Felice, per consegnare in redazione tonnellate di disegni tutti uguali in cui avevano copiato i loro beniamini su manga, credendosi tutte novelle Riyoko Ikeda) e fu finalmente chiaro che nessun editore voleva ed avrebbe mai voluto un manga all’italiana (inutile quanto un culo senza buco, giacché il pubblico avrebbe sempre speso prima i propri soldi per comprare le star artist di Shonen Jump e non le tavole di una sconosciuta di Cantù), cominciarono ad emergere i veri artisti ovvero quelli che avevano capito che gli elementi vincenti del manga non erano solo quelli grafici appariscenti, ma la sua sintassi e la sua  grammatica compositiva e così nacquero piccoli gioielli come la primissima serie di W.I.T.C.H. impostata visivamente da Alessandro Barbucci e Barbara Canepa e quello fu il primo vero grosso segnale dell’influenza del Sol Levante nel nostro fumetto.

        Adesso mi fermo, perché non è il mio spazio, non è il mio post ed anche il narcisismo dve avere un limite!!! Ringrazio Gianni per ospitare pazientemente le miei elefantiache esternazioni e mi scuso ancora con te per la lentezza nel risponderti e sappi che non sarà mai per snobismo ma solo per incapacità mia!

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      3. Non hai nulla di cui scusarti 😉 anzi, ti ringrazio per la risposta!
        Riguardo agli aspiranti… diciamo euromangaka? – trovo sensato che un editore non si fili un aspirante dalla carta copiativa facile, ma sarebbe diverso il discorso di chi costruisse uno stile personale ispirato a quello che riconosciamo come “giapponese” (che poi, anche lì c’è una certa varietà, sapendo guardare tra un autore fotocopia dell’altro).
        Io qualcosa di “manga” italiano l’ho preso, soldi permettendo, ma l’ho fatto perché mi è parso di vederci certe qualità che trovavo interessanti e che più o meno ho trovato. Ma voglio un livello minimo decente, ovviamente – e manga europeo o giapponese, fumetto italiano o americano o altro, le porcherie stanno sempre in agguato 😛

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      4. Concordo, Conte, concordo… Le porcherie stanno sempre in agguato ed i soldi che uno può spendere sono sempre più limitati, specie se si fanno come me altri mestieri che non siano lavorare per una testata che ti paga le opere che si recensiscono (discorso che vale anche per le recensioni cinematografiche!).

        Personalmente continuo a preferire vedere le influeneze che alcuni stili di creazione della tavola, proveninenti da mondi e culture diverse, hanno sul lavoro degli artisti, perché in fondo, Manga ed Anime a prescindere, in arte è sempre stato così… Il tal impressionista francese (sai ovviamente di chi parlo) se ne va a Panama e nella Martinica e cambia il suo stile pittorico, Miyazaki guarda estasiato i primi lavori dei Disney Studios e modifica il suo stile e poi decenni più tardi i creativi della Pixar fanno la stessa cosa osservando i lavori del maestro giapponese e così è lo stesso per artisti come Corrado Roi e Casertano che mostrano le influenze della scuola latina di Breccia e compagni nei loro disegni (ma anche della scuola britannica assoldata dalla Vertigo americana)… Insomma, per farla breve, diciamo che io non ho mai amato gli esperimenti costruiti a tavolino in cui si cerca di costruire artificiosamente e forzatamente un surrogato di qualcos’altro (certi lavori sembrano il “cosplay” di altri e non lavori “ispirati”) e per questo, ad esempio, ho sempre disprezzato quei cartoons statunitensi in cui si scimiottava in modo pedestre una certa animazione giapponese di stile shonen, mentre ho sempre pensato che, ad esempio, la via originale (non dico senza influenze di altri, sia chiaro, ma ho già chiarito che le influenze e le contaminazioni per me sono belle) di due artisti del calibro di Bruce Timm e Paul Dini abbia regalato al mondo DC la più bella interpretazione dei suoi supereroi…

        Dalle tue parole, collega meta-transilvanico, capisco che sei un amante del fumetto e quindi posso parlare liberamente: io amo il bel fumetto, tutto, senza esclusione e questo mi porta a leggere produzioni provenienti dagli ambiti culturali e nazionali più eterogeni, ma non spendo né soldi né tempo per infinite ricopiature di stile fatte solo per inserirsi in una fetta di mercato… Ne capisco le ragioni commerciali, certo e ci faccio giustamente i conti, ma non per questo debbo regalare i miei soldi a chi non li merita (mutatis mutandis, i produttori nordamericani faranno anche bene a sfornare film di merda come Rampage, Baywatch o Transformers 5, perché lo fanno per i loro interessi, perché la gente li vuole vedere, tutto giusto, ma io non ci spendo soldi e se possibile non ne parlo se non come paragone).

        Nel dubbio che io posso essere uno snob, sappi che quando mi voglio divertire mi leggo un Giulia molto old style oppure Topolino libretto e qualsiasi cosa dei maestri contemporanei della Disney Italia (come Casty o Freccero o Mastantuono) oppure mi guardo sul web le nuove stupende Duck Tales (un gioiello dietro l’altro!) ed infine non tralascio mai i miei personali guilty pleasure televisivi, come la Supergirl di Greg Berlanti, con tutto il suo superficiale gay-pride ed il suo romanticismo d’accatto, così mi rilasso sempre di più di quanto non farei con altri prodotti simili, quali il noiosissimo, fintamente epico ed anche ridicolmente drammatico The Gifted...

        Dovevo mostrare un po’ di carte scoperte, che dici Conte?

        See you later e grazie della pazienza (oltre che del pesce!)

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